HILDEGARD OCHSE, UNA STORIA DI DONNA
Hildegard Ochse aveva 43 anni quando scelse la carriera professionale di fotografa, che portò avanti per neanche due decenni; un po’ poco, per la sua passione e anche in relazione alla preparazione che era riuscita a costruirsi. Lei aveva preso parte a workshop dei rinomati fotografi americani, tra cui Lewis Baltz, Ralph Gibson e Larry Fink, studiando da giovane a Rochester. I viaggi le hanno fatto conoscere il matrimonio, poi fallito; e in seguito la maternità, con quattro figli. Solo dopo il divorzio si è trovata libera, ma era anche tardi, perché la malattia l’aspettava in agguato. Peccato, perché lei dalla fotografia voleva solo la verità, ammesso che potesse restituirla.
Le opere fotografiche di Hildegard Ochse riflettono su simboli di condizioni sociali e culturali: sono scattate in bianco e nero, senza distorsioni e nella piena mancanza d’immagine insolite. Hildegard Ochse si occupava della rappresentazione della realtà autentica, della vita quotidiana. Era consapevole che le fotografie non sono solo un riflesso del mondo, ma creano contenuti, estetica e nuovi modi di vedere e interpretare la realtà. Con il suo atteggiamento nei confronti della fotografia, la selezione dei temi e il suo linguaggio Hildegard ha dimostrato di operare nell’ambito dell’autorialità. Il termine non ci aiuta, anche perché tradotto dal tedesco in maniera superficiale. In realtà Klaus Honnef, curatore e storico dell’arte, con quel sostantivo voleva riferirsi a fotografi che riflettevano la propria visione di ciò che li circonda secondo un linguaggio visivo strettamente documentaristico, al fine di creare una realtà autentica nella foto. Tra questi autori c’era anche Hildegard Ochse.