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[NASCE VITTORIO GASSMAN]

Vittorio Gassman nasce a Genova il giorno 1 settembre 1922, da un ingegnere edile tedesco e dalla pisana Luisa Ambron. La sua teatralità aveva un’impronta classica, ma anche istrionica e fisica. Ci ha avvicinato al teatro con i classici e al cinema con un’ironia tutta propria, che adattava con disinvoltura al personaggio da interpretare. Il suo fascino era indiscusso, da bello vero.

L’esordio sul palcoscenico arriva presto, quando non si era ancora diplomato all'Accademia d'Arte Drammatica (vi si era iscritto interrompendo gli studi di giurisprudenza). Il suo talento lo porta a essere apprezzato come una giovane promessa, e lo porta a lavorare con i grandi nomi della recitazione, Luchino Visconti tra questi; ma presto diventerà direttore unico di una propria compagnia. A metà anni ’50 il suo repertorio è vastissimo e porta in scena opere a firma di Alfieri, Manzoni, Dumas padre e Shakespeare.

A fine anni ’50 anche la televisione gli apre le porte, con una trasmissione d’intrattenimento e la trasposizione di alcune opere teatrali. Era già iniziata, però, la sua carriera cinematografica, sotto la direzione di numerosi registi: Dino Risi, Robert Altman, Franco Brusati, Ettore Scola e Mario Monicelli. Sarò quest’ultimo a indirizzarlo per la prima volta verso un ruolo comico, con una pellicola diventata “cult”: I soliti ignoti (1958). Dello stesso regista ci pare giusto segnalare un altro film da vedere più volte: l’estate italiana raccontata nel “Sorpasso” (1963). Noi lo ricordiamo con affetto in un capolavoro di Ettore Scola, “La Famiglia”; dove Vittorio ne costituisce il pilastro. La pellicola racconta tre generazioni, dove Gassman è prima figlio, poi padre e infine nonno. Le tre sezioni iniziano tutte con una foto di gruppo, il che per noi può avere un significato particolare.

Bello, istrionico, di successo (anche con le donne), Gassman ha comunque sofferto di crisi depressive, una delle quali particolarmente grave. Sarà però il cuore a tradirlo, con una crisi che lo porta via il 28 giugno del 2000, nella sua casa romana.

Il fotografo.

La fotografia che vediamo porta la firma di Mario Dondero. Lui nasce il 6 maggio 1928 a Petritoli (Fermo). Era amico di tutti e con la sua dipartita, ha lasciato un vuoto fatto di solitudine. Mario era il compagno che ritrovi per caso, e con piacere, magari al bar Jamaica, a Milano, assieme a Lucio Fontana, Camilla Cederna, Ugo Mulas, Uliano Lucas, Alfa Castaldi, Gianni Berengo Gardin. Per tutti doveva essere una sorta di mito e molti lo guardavano con ammirazione, quasi come un modello cui fare riferimento.

Chi era veramente Mario Dondero? Un girovago, senza dubbio: aveva lo zaino (e non la valigia) sempre pronto. Paradossalmente, non stava mai “fermo”, a dispetto del nome della cittadina dove aveva scelto di abitare (Fermo, nelle Marche). Andava in giro e fotografava quello che vedeva, nella realtà e senza costruzioni. Lui non era attratto dal senso estetico, arrivando a rompere le proprie opere qualora non contenessero un personaggio o un accadimento degno di nota. Questo deve farci riflettere, perché le fotografie, per il nostro, non rappresentavano una proprietà, e nemmeno andava attribuita loro la paternità dell’autore. Una volta scattate, erano già disperse, libere in quel mondo libero che lui amava frequentare.

Girovago, sì; ma anche gentiluomo: così possiamo tentare di completare la personalità di Dondero. Lui era vicino all’uomo che ritraeva, per dedizione. Soleva dire: “Non m’interessano le persone per fotografarle, m’interessano perché esistono”. E poi: “La fotografia è un tramite per arrivare a loro”. Ci arrivava da lontano, però, fermandosi spesso, dove capitava. Nel suo girovagare, alle volte incontrava una marea che lo portava altrove: quella dei suoi desideri, che lo facevano proseguire a piedi, per fermarsi ancora, forse più a lungo. Nelle immagini che ci ha lasciato non c’è l’attimo mitizzato di Bresson, e nemmeno l’istante irripetibile. Traspare viceversa una realtà che si è fermata a sua volta, forse proprio per lui che l’ha aspettata. Un senso di sospensione che era del suo io, del suo disperdersi per ritrovarsi.

Un elemento particolare: amava cantare, Mario Dondero. Girovago, gentiluomo, osservatore, lui era anche un “vocalist”. Ce l’hanno detto in tanti. Il fatto è curioso, ma anche piacevole a scoprirsi; e coerente, in fin dei conti. Il canto si aggiunge alla sua indole, al modo col quale scopriva la vita. Sì, perché lui, più di noi, l’esistenza l’ha spogliata dagli orpelli inutili, dai fardelli dei luoghi comuni. Lo si vede nelle fotografie che ci ha regalato con generosità. Chi avrà pazienza, osservandole potrà capire di più, e a lungo. Purtroppo mancherà il ritornello delle sue canzoni; e si allargherà il silenzio della solitudine di quanti lo aspettavano, convinti di vederlo arrivare da un momento all’altro.

La fotografia. Vittorio Gassman con la maschera di Amleto. Viareggio, 1963 © Mario Dondero.

Vittorio Gassman, Mario Dondero, 1 settembre 1922

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