SALUTIAMO IVO SAGLIETTI
Terribile, impossibile a credersi: ci lascia Ivo Saglietti, deceduto all’ospedale di Genova all’età di 75 anni. Mancherà alla fotografia tutta, per il solo fatto di non essere più tra noi. La sua presenza garantiva l’esistenza del reportage, il fatto che qualcosa potesse ancora andare avanti in quella direzione. Da oggi rimarrà solo il suo esempio, da seguire accuratamente, con religiosa attenzione.
Chi scrive, non l’ha mai conosciuto di persona, avendo dialogato con lui solo al telefono. La sua parola, però, chiara e lucida, dimostrava come la sua fotografia fosse nata da una vocazione già presente, impetuosa. Lui possedeva cultura, linguaggio, umanità, che poi manifestava con un impegno continuo nei confronti dell'uomo e delle sue sorti. Guardando e riconoscendo le sue immagini, delicate e rispettose anche nei momenti difficili, siamo indotti a dire (forse con un po’ di presunzione) che l’arte dello scatto esistesse in Saglietti come una vita parallela, in continuo scorrimento, sulla quale lui saltava quando necessario. Ecco che l’istante decisivo diventava la scelta decisiva, un tempo allungato nel quale elargire la propria umanità.
Leggiamo, in un’intervista, come i suoi inizi da fotografo siano stati influenzati da Eugene Smith, il grande fotografo americano che considerava insieme con Henri Cartier-Bresson il suo punto di riferimento. Di strada, però, quel principiante ne ha percorsa tanta e tre World Press Photo ne sugellano il valore. «Ci s’incontrava da Parolini, a Milano», ci dice Vincenzo Cottinelli, «A chiacchierare su pellicola, Leica M, carte da stampa. Grande lavoratore, sempre in giro, era impegnato a raccontare l’umanità; non a caso, una forte amicizia lo legava a Mario Dondero».
La fotografia è una disciplina relazionale (anche) e Saglietti lo sapeva bene. Come dicevamo, ci resta un esempio da seguire. Un po’ poco, ma dobbiamo accontentarci.