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[PETER BEARD E LA SUA AFRICA]

Peter Beard era un uomo dalle mille contraddizioni, che lo portavano a esprimere se stesso attraverso eccessi o visioni estreme. Possiamo definirlo un fotografo dall’ampio repertorio artistico, che comunque conduceva una vita sociale abbastanza intensa. Grande amante dell'Africa, poteva passare con la medesima eleganza dalla giungla d’asfalto di Manhattan ai Parchi Nazionali del Kenya. C’è anche un’anima “fashion” nel suo lavoro, ben espressa nel Calendario Pirelli edizione 2009, comunque ambientato in Botswana. E’ interessante notare come, sin dalla giovane età, gli piacesse raccontarsi in diari fotografici, completando spesso le fotografie con disegni e collage. La sua famiglia l’ha definito: “Un artista straordinario, un viaggiatore insaziabile, un eroe del movimento per la conservazione dell'ambiente, un amante della vita, dell'avventura, della sua famiglia e dei suoi amici”. Ha amato anche l’Africa, Peter Beard, riuscendo a farla un po’ sua.

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[IL DESIDERIO DEGLI ARRIVI]

Oggi, 21 gennaio, è la Giornata Mondiale dell’Abbraccio. Questa ricorre tutti gli anni, ricordandoci l’importanza del gesto d’affetto più importante per antonomasia. Secondo gli studiosi, diminuisce lo stress più delle carezze e dei baci, pur veicolando passione e desiderio, perché (forse) si abbattono le barriere dell’anima.

Non vogliamo sostituirci agli studiosi, ma abbiamo sempre abbinato l’abbraccio a una stazione e un treno che arriva. E’ l’emozione accumulata che porta al gesto, la tensione dell’attesa. Si tratta di una visione stereotipata? Forse, ma anche quando si è vicini, e allacciati in due, un sentimento arriva sempre; ed è un affetto circostanziato al momento, ma motivato dalla vita e dal tempo, dalle parole mai dette o dagli sguardi dimenticati. Insomma, c’è un istante in cui tutto arriva in maniera tumultuosa, esplodendo come per incanto. Si respira sorpresa e meraviglia, con un forte senso di conferma. E’ bello così, è giusto così.

Oggi l’abbraccio possiamo solo immaginarlo.

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[RICORDANDO AUDREY HEPBURN]

Audrey Hepburn ci ha lasciato il 20 gennaio 1993. Sognava di danzare, invece diventerà una stella del cinema. Bella ed elegante, ma anche ingenua e fanciullesca, le bastava essere quel che era per sorprendere il mondo della celluloide. I critici parleranno di lei come una “Una diva che non volle mai presentarsi come tale”, il che è una qualità.

E’ difficile poterla dimenticare, e non sarebbe nemmeno giusto farlo. Con la sua recitazione ha occupato un’epoca cinematografica, arrivando a proporre un modello di eleganza e atteggiamento, al di fuori del suo ambiente e tra le ragazze coetanee. Il suo “tubino” i suoi occhiali hanno fatto moda; ma allora era diverso, perché le nostre mamme (o nonne), in un certo senso, erano così e non occorreva “s’istallassero”, seguendo uno stilema pre-configurato.

Con Audrey, rimane il ricordo di un volto bellissimo, quasi infantile, persino ingenuo a volte. A nostro sentire, il suo sorriso nascondeva una sorta di malinconia. Forse si tratta unicamente di una suggestione, ma ci auguriamo che la vita le abbia restituito quella felicità spesso oltraggiata da una tristezza giovanile.

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[JANIS JOPLIN, ZUCCHERO E RUGGINE]

Janis Joplin, grandissima, parla di musica, ma anche di un’era, quando i margini della libertà si spostarono più in avanti: prima non era così, e neanche dopo capitò la stessa cosa. Questioni di sogni e d’idee, ambizioni dimenticate per un modo che tornava a normalizzarsi, troppo. Furono i giovani a generare lo scossone, con una rivoluzione annunciata e mai combattuta: solo promessa. Tutto culminò con Woodstock, la "tre giorni di pace e musica". Oggi si affibbia il nome "Woodstock" a qualsiasi raduno che conti più di qualche migliaio di persone, fosse anche la sagra della polenta coi porcini. I ragazzi che popolarono l’evento non erano solo fatti come copertoni, né si trovavano lì per una vacanza sui generis. Per tre giorni l’utopia si è trasformata in realtà: quella di un mondo diverso, libero, pacifico, solidale. La rivoluzione, dopo Woodstock, non c'è stata. Non importa, comunque; ma quei tre giorni sono esistiti davvero, e la musica che li ha accompagnati resta ancora con noi, con tutta la sua forza, la sua libertà, il suo significato.

C’era anche Janis Joplin

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