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Henri Cartier Bresson

È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.”
Henri Cartier-Bresson
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Il Guru, dopo composizione e luce, affronta l’argomento dei “grandi”: di quei fotografi cioè che hanno lasciato un segno nella cultura fotografica di tutti i tempi. “Imparare dai grandi”, comunque, non vuol dire fare propria una ricetta e nemmeno scorgere quelle scorciatoie che possano migliorare il nostro scatto; semmai significa osservare meglio, comprendere, verificare quali regole e convinzioni siano state chiamate in causa da coloro che hanno dedicato con successo una vita alla fotografia.

Henri Cartier-Bresson (1908-2004) può essere preso ad esempio tra i grandi e per questo abbiamo deciso di iniziare con lui. Padre del foto giornalismo, ha contribuito a portare la fotografia, surrealista nel suo caso, al cospetto di un pubblico più ampio. Non è quindi solo un nome da ricordare, ma pure il capostipite di una generazione di fotografi che, senza di lui, non sarebbero esistiti. Crediamo, forse presuntivamente, che tutti gli debbano essere grati, anche i semplici appassionati, perché è dai suoi scatti che l’immagine prende vigore e fama, diffondendosi.

L’OCCHIO DEL SECOLO

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è uno dei fotografi più importanti del ‘900, avendone intuito lo spirito. Per questo motivo è passato alla storia come “L’Occhio del Secolo”. Con i suoi scatti è riuscito a cogliere la vera essenza della vita, mentre la sua esistenza è stata tutta dedicata a trasformare la fotografia in un mezzo di comunicazione moderno, influenzando intere generazioni di fotografi. Ha documentato la Guerra Civile Spagnola, quella Cinese, l’Occupazione Nazista in Francia, la costruzione del muro di Berlino, i funerali di Gandhi. Fu l’unico fotografo occidentale al quale venne permesso di fotografare in Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Durante la II^ Guerra Mondiale, si arruolò nell’Esercito Francese. Fu fatto prigioniero per trentacinque mesi, riuscendo poi a fuggire al terzo tentativo. Si aggrega poi nelle file della Resistenza francese, documentando la liberazione di Parigi nel 1944.

SPECIALISTA IN EVASIONI

Relativamente alla sua prigionia, Ferdinando Scianna nel suo libro “Obiettivo Ambiguo” (Edizioni Contrasto) conia una definizione originale del fotografo francese: “Specialista in evasioni”. Ecco cosa dice: “Non c’è prigione, fisica o intellettuale, nella quale abbiano cercato di rinchiuderlo dalla quale non sia riuscito a fuggire”. “Anche dal campo nazista, nel quale era prigioniero, evase”. “Lo ripresero due volte; alla terza riuscì”.

FOTOGRAFIA E VITA

Le fotografie di Henri Cartier-Bresson e la sua vita sono strettamente legate. Non si possono osservare le sue opere, perché di capolavori si tratta, se non si conoscono alcuni eventi fondamentali della sua esistenza.

I due momenti più importanti accadono nel 1946, quando Henri Cartier-Bresson viene a sapere che il MoMA di New York, credendolo morto in guerra, intende dedicargli una mostra “postuma” e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, nasce una collaborazione che lo impegnerà per oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Cartier-Bresson sceglie le fotografie che vorrebbe esporre. Seleziona e stampa circa 300 immagini, molte delle quali mai pubblicate prima e nel 1946 parte per New York con le stampe in una valigia. Al suo arrivo compra un grosso album, uno Scrap Book, appunto, dove incolla tutte le stampe prima di presentarle al MoMA. La mostra viene inaugurata il 4 febbraio 1947. Nello stesso anno, inoltre, nella caffetteria del MoMA, fonda la famosa agenzia Magnum Photos, insieme a Robert Capa, George Rodger, David (Chim) Seymour e William Vandivert.

L’ARTE DI HENRI CARTIER-BRESSON

Non si deve pensare che le sue fotografie siano frutto di fortunate casualità, infatti, oltre alla naturalezza, l’altro aspetto importante della sua ricerca è la composizione e la creazione di un ordine geometrico. Integrava nelle sue foto linee, curve e tutto ciò che potesse contribuire a rendere uno scatto poetico. D’altronde se Henri Cartier-Bresson non fosse diventato un fotografo probabilmente avrebbe fatto il pittore, dato che aveva frequentato lo studio dell’artista André Lhole proprio per studiare pittura.

L’INCONTRO CON LA FOTOGRAFIA

L’incontro con la fotografia avvenne nel 1931, quando sfogliando una rivista vide una foto di Martin Munkacsi e ne rimase affascinato. L’anno dopo acquista la sua prima macchina fotografica Leica e inizia a viaggiare per l’Europa scattando fotografie.

Le sue immagini iniziano a comparire sulle riviste e vengono anche esposte, ma la sua creatività incontra anche il mondo del cinema e nel 1936 lavora come assistente alla regia di Jean Renoir (assieme a Luchino Visconti) per i film “La scampagnata” e ” La vita è nostra”. Inoltre, diventa lui stesso regista per due documentari sugli ospedali nella Spagna repubblicana e sulla vita dei soldati americani durante la guerra civile spagnola.

Quando inizia a scattare, quindi, Henri Cartier- Bresson ha appena 24 anni ed è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

LA TECNICA PER HENRI CARTIER- BRESSON

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento nel quale si decide il significato e la qualità di un’opera. Lui non torna mai a inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza. Ecco cosa dice: “Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Lo scatto rappresenta per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Dirà: “Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge”. “In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.

Egli compone geometricamente solo nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi; quella di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

IL PROFESSIONISMO E L’IMMAGINE PERFETTA

La vita di Henri Cartier-Bresson è una costante ricerca dell’immagine perfetta e dopo un periodo di sperimentazione diventa un fotografo professionista intorno agli anni ’40.

Sono questi gli anni in cui realizza una serie di ritratti di scrittori e artisti come Henri Matisse, Pablo Picasso, Georges Braque; ma sono anche gli anni di un’intensa collaborazione con la rivista Harper’s Bazaar e poi della creazione dell’agenzia Magnum photos.

A partire dagli anni ’70 la pittura torna ad entrare nella vita di Bresson, ma continua l’impegno per la fotografia istituendo una Fondazione per conservare la memoria del suo lavoro e per alimentare continuamente la ricerca e l’evoluzione della fotografia.

IMAGES À LA SAUVETTE, IL MOMENTO DECISIVO

Bresson è stato eletto ilpioniere del foto- giornalismo e ha immortalato alcuni degli eventi più importanti del ‘900. Ha fondato la scuola dell’immediatezza fotografica ed era convinto che l’immagine scattata dovesse riassumere una storia intera.

Per Henri Cartier-Bresson una foto non può essere spiegata perché deve contenere tutti gli elementi necessari per comprenderla.

IL CARDINALE DE RETZ

Cogliere il momento perfetto è tutto nelle foto di Bresson, che ha descritto lo stile dell’immediatezza nel suo libro Images à la Sauvette, pubblicato nel 1952.

Henri Cartier-Bresson non metteva in posa i protagonisti dei suoi ritratti ma li fotografava nei momenti più inaspettati per cogliere la loro naturalezza.

Images à la Sauvette si traduce approssimativamente come “immagini in fuga” o “immagini rubate”. Il titolo inglese del libro, The Decisive Moment, fu scelto dall’editore. Nellasuaprefazioneallibrodi126fotografiedi tutto il mondo, Cartier-Bresson cita il Cardinale de Retz del XVII secolo che disse: - “Non c’è niente in questo mondo che non abbia un momento decisivo”.

Subito dopo adatta quest’affermazione alla fotografia con dei passaggi facili da trovarsi in rete. Leggiamoli.

LE PAROLE DI HENRI CARTIER-BRESSON

Continuavo a camminare per le strade, pieno di tensione e desideroso di scattare scene di realtà convincente, ma principalmente volevo catturare la quintessenza del fenomeno in una singola immagine. Fotografare, per me, è il disegno istantaneo, e il segreto è dimenticare che stai portando una macchina fotografica.

La fotografia prodotta o messa in scena non mi riguarda. E se giudico, può essere solo a livello psicologico o sociologico. Ci sono quelli che fanno le foto in anticipo e quelli che escono per scoprire l’immagine e afferrarla. Per me la macchina da presa è uno sketchbook, uno strumento di intuizione e spontaneità, il maestro dell’istante che, in termini visivi, interroga e decide simultaneamente. Per “dare un senso” al mondo, ci si deve sentire coinvolti in ciò che inquadra il mirino. Questo atteggiamento richiede concentrazione, disciplina della mente, sensibilità e un senso della geometria: è attraverso la grande economia dei mezzi che si arriva alla semplicità dell’espressione. Si devono sempre scattare fotografie con il massimo rispetto per il soggetto e per se stessi.

Fare fotografie significa trattenere il respiro quando tutte le facoltà convergono in faccia alla realtà in fuga. È in quel momento che padroneggiare un’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare significa riconoscere, simultaneamente ed entro una frazione di secondo, sia il fatto stesso sia l’organizzazione rigorosa di forme visivamente percepite che le danno significato. Mette la testa, l’occhio e il cuore sullo stesso asse.

Per quanto mi riguarda, fare fotografie è un mezzo di comprensione che non può essere separato da altri mezzi di espressione visiva. È un modo di gridare, di liberarsi, non di provare o affermare la propria originalità. È uno stile di vita.

La filosofia di una persona su un determinato argomento deriva anche dalle sue esperienze di vita. Quindi occorre considerare cosa Bresson abbia fatto nella sua esistenza e nel suo lavoro. Va detto che lui era famoso per i suoi ritratti di personaggi famosi e comuni, e soprattutto per il suo reportage relativo ai cambiamenti avvenuti nel mondo: in India e Indonesia, in Cina durante la rivoluzione, in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, negli Stati Uniti durante il boom del dopoguerra e in Europa, dove un’antica cultura era alle prese con l’età moderna. Come dire, Henri Cartier-Bresson ha vissuto in un tempo pieno di momenti decisivi. Durante la seconda guerra mondiale, quando si arruolò nell’esercito francese nell’unità cinematografica e fotografica, fu catturato dai tedeschi e trascorse quasi tre anni in un campo di prigionia. Per due volte tentò senza successo di fuggire, fu messo in isolamento come punizione e alla fine scappò al suo terzo tentativo. Anche quello fu un momento decisivo.

UNA BUONA COMPOSIZIONE

Dell’istante decisivo di Bresson fa parte una buona composizione. Equilibrio, armonia, unità, uso della regola dei terzi, sezione aurea, o qualsiasi altra caratteristica importante della buona costruzione d’immagine devono essere catturati dal fotografo. Il tutto deriva da un buon allenamento, tanta esperienza e intuizione. Diventa una seconda natura. Come ha affermato Cartier-Bresson: “Nella fotografia, l’organizzazione visiva può derivare solo da un istinto sviluppato”.

L’ANTICIPAZIONE DEL MOMENTO

La mente dell’uomo cerca il completamento di una scena e lo anticiperà anche quando non esiste. Qualcosa di importante potrebbe o sta per succedere: l’azione ”quasi completata” attira lo spettatore in un’immagine di un evento terminale.

In una fotografia famosa, Cartier_Bresson ha catturato, dall’alto, un ciclista in corsa sulla strada proprio nel momento in cui appare nello spazio tra due scale. Anche lì ci si aspetta un completamento imminente. Nel salto a pozzanghera proviamo quasi difficoltà nel lasciare quell’evento sospeso nel tempo: è come se desiderassimo che la scarpa tocchi l’acqua.

Ambiguità e incertezza potrebbero rendere più urgente il desiderio di completamento. La nostra curiosità verrebbe stimolata su “come” la scena sta per verificarsi, anche qui nella direzione dell’anticipazione: “qualcosa” di importante succederà.

In molti scatti Cartier-Bresson ha raggiunto la meraviglia proprio per il senso d’attesa che ha saputo infondere ai suoi scatti. L’ha fatto in modo coerente, usando saggezza, lungimiranza, pazienza, devozione, sinergia occhio - mano e senza nessun ausilio d’autofocus! Si è poi sempre occupato di vita reale, con sincerità.

LE COMPETENZE PER CATTURARE IL MOMENTO DECISIVO

Quali sono le competenze delle quali un fotografo ha bisogno per catturare costantemente il momento decisivo? Rispondendo a questo tipo di domanda si rischia di banalizzare quanto descritto fino ad adesso, dove tra l’altro si toccavano aspetti interiori circa l’interpretazione della realtà, derivanti anche dal trascorso vissuto, dall’esperienza. Un vademecum va comunque tracciato, almeno per disegnare dei riferimenti per chi (come noi appassionati) voglia tendere a uno scatto che racconti, trasferendo emozioni e meraviglia.

La fotocamera deve essere conosciuta, non v’è dubbio, quasi a diventare un’estensione di noi stessi. Facciamo attenzione però: stiamo parlando di un’agilità intrinseca nel muovere i comandi, nel maneggiare le variabili dello scatto. Visti gli apparecchi di oggi, non è necessario padroneggiare con tutto il menù. Consideriamo ciò che Bresson aveva a disposizione.

Occorre anche una sorta d’intuizione compositiva. La nostra formazione deve portarci a riconoscere la coerenza tra soggetto e ambiente, nelle proporzioni dovute. Spesso alcuni chiamano in causa la fortuna, certo è che “il caso favorisce sempre la mente preparata”.

Conoscenza delle persone, dell’ambiente, capacità d’anticipare e consapevolezza configureranno le competenze aggiuntive di chi vorrebbe raggiungere l’istante decisivo. Con quest’ultimo capitolo abbiamo compiuto un atto di presunzione, quasi d’irriverenza nei confronti del fotografo francese. Prendiamo quanto abbiamo letto come una sorta di “Bignami” dell’istante decisivo. Henri Cartier-Bresson rappresenta un unicum nella storia della fotografia, con dei meriti che vanno al di là delle immagini prodotte. Ha divulgato la materia della nostra passione, rendendola moderna. Senza di lui la fotografia non sarebbe quella che noi oggi conosciamo.



Buona fotografia a tutti

Henri Cartier Bresson

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 2004) è stato uno dei più grandi fotografi di sempre, nessuno come lui è riuscito a cogliere lo spirito del Novecento per renderlo immortale in scatti meravigliosi. Per questo motivo è passato alla storia come “L’occhio del secolo”. Con le sue foto ha raccontato la Guerra Civile Spagnola, quella cinese, l’occupazione nazista in Francia, l’erezione del muro di Berlino e i funerali di Gandhi. È stato inoltre l’unico fotografo occidentale a cui fu concesso realizzare foto in Unione Sovietica negli anni della Guerra Fredda.

Fotoritocco, filtri, complicate elaborazioni al computer: niente di tutto questo. Per Cartier- Bresson la differenza tra una buona fotografia e uno scatto mediocre risiedeva nella capacità di riuscire a cogliere il momento decisivo e renderlo immortale. Il suo libro più importante, non a caso, è intitolato The decisive moment (1952). Cartier-Bresson non amava accompagnare le sue foto con lunghe didascalie, di solito si limitava a indicare luogo e data. “Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi – dichiarò – sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”. Coerente con questa filosofia, Cartier-Bresson nei suoi ritratti non mette i soggetti in posa ma preferisce fotografarli nel quotidiano, mentre sono inseriti nel loro ambiente. Non amava usare l’esposimetro per regolare l’apparecchio, ma il bilanciamento tra bianchi e neri conferisce ai suoi scatti un intenso equilibrio dinamico.

A Cartier Bresson è legato lo storico brand di macchine fotografiche Leika, che lui considerava “un’estensione del suo stesso occhio”. La prima, una 35 mm con lente 50 mm, la acquistò nel 1932, dopo un viaggio in Costa d’Avorio che lo fece innamorare della fotografia. Durante la Seconda Guerra Mondiale Cartier-Bresson si arruola nell’esercito francese ma fu fatto prigioniero dai tedeschi. Rimase in un campo di prigionia per trentacinque mesi durante i quali tenta più volte di evadere riuscendoci solo al terzo tentativo. Una volta libero entra nelle fila della Resistenza francese, fotografando la liberazione di Parigi nel 1944. Nel 1947 fonda con i suoi amici fotografi David Seymour (conosciuto nel 1934), Robert Capa, George Rodger e William Vandivert, la Magnum Photos, che diventerà la più grande agenzia fotografica al mondo.

Da questo momento comincerà a viaggiare per il mondo, realizzando reportage fotografici che passeranno alla storia. C’è anche l’Italia nelle foto di Cartier-Bresson, che vi farà tappa più volte tra il 1951 e il 1973. Nel 1962 ad esempio, si reca in Sardegna per un reportage per la rivista Vogue. Farà tappa anche in Basilicata, raccontando nei suoi scatti un mondo arcaico e misterioso, dove le donne hanno il volto rugoso e saggio delle vedove e i bambini giocano scalzi tra i vicoli di tufo dei Sassi di Matera.

Oltre che un grande fotografo, Cartier-Bresson è stato anche regista. Ha mosso i primi passi nel mondo del cinema come assistente del regista francese Jean Renoir, figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir. Tra le opere più importanti di Bresson regista c’è Le Retour, documentario del 1946 sul ritorno dei rifugiati di guerra francesi. Una delle foto più note di Cartier-Bresson è Hyères, Francia, 1932. Famosi anche i ritratti di personaggi famosi, come Albert Camus, Coco Chanel, Francis Bacon, Marcel Duchamp, Gandhi, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Picasso, Richard Nixon, Jean-Paul Sartre ed Igor Stravinsky.


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