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Owe Ommer

“Fare una fotografia è come competere ai Giochi Olimpici; si deve vincere la medaglia d’oro!”
Owe Ommer
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Cosa resterà di questi anni ’80?”. Così titolava una canzone dell’epoca. Si usciva dall’austerity del decennio precedente, per entrare in un periodo di eccessi: in ogni ambito. Erano i momenti della “Milano da bere”, dell’edonismo reganiano, dell’ottimismo di casa nostra. Del resto, il petrolio costava poco e il dollaro anche, così ci si poteva permettere qualche bizzarria, imitando i “paninari” e sognando nove settimane e mezzo con Kim Basinger..

Gli anni ’80 rimarranno il decennio delle tecnologia, del nuovo femminismo, delle provocazioni, dell’esagerazione. In fotografia, quella glam, cadono gli ultimi veli. La donna si mostra senza ritrosia, con un atteggiamento spavaldo, disincantato, addirittura sfidante, ergendosi a simbolo utilizzabile. E’ il caso del Pirelli 1984 (The Cal, per intenderci) di Uwe Ommer, primo di una nuova era (la pubblicazione era stata sospesa nel 1974, per le note vicende relative alla Crisi del Golfo). L’elemento innovativo risiede nella costante presenza, visibilissima, dei prodotti da promuovere. Di fianco alla bellezza femminile, il disegno del battistrada delle gomme è percepibile in ogni immagine, anche se in maniera diversa. Le modelle sono “normali”, meno voluttuose che in passato, però coraggiose, fiere, libere e disincantate.

“Cos’è rimasto di quegli anni ’80?”. Certamente il ricordo di una fotografia dai colori saturi, proveniente spesso da diapositive leggermente sottoesposte, di un’elettronica sempre più addentro alle nostre fotocamere, di un’energia da preservare al loro interno: almeno fino a quando è durata la speculazione sull’argento dei fratelli Hunt. Crediamo che Uwe Ommer possa essere considerato un reale interprete di quel decennio, anche se avrà molto da dire negli anni a seguire. E’ il suo erotismo a dircelo, le tematiche allargate nelle quali si sviluppa: da “Exotic” sino a “Black Ladies”; perfino quella sperimentazione continua e assidua, portata avanti senza esitazioni (l’uso dei neon, degli specchi, delle sovraimpressioni).

Le cose cambieranno e i dieci anni a seguire rappresenteranno per il fotografo di Colonia l’inizio dei grandi progetti. Quello delle famiglie nel mondo lo impegnerà per oltre quattro anni.

Gli stilemi di Uwe restano ancora riconoscibili, ma sono cambiati i tempi. Non c’è più spazio per l’esagerazione, né il modo di provocare. Il mondo si sta globalizzando e per raccontarlo occorre allungare i tempi di lavoro e pure quelli della ricerca. Uwe lo farà e anche gli anni ’90 saranno i suoi, come i precedenti. Ma a noi piace pensarlo ancora alle Bahamas, intento a lavorare per il suo Pirelli. Lui ha fatto ripartire un mito, esaltando i contenuti di un’epoca ai quali si sono rifatti un po’ tutti, persino molti appassionati.La fotografia, sempre più democratica, accelerava anche per merito suo; e questo gli va riconosciuto.

Abbiamo rivolto a Uwe Ommer le domande di rito, per conoscerlo meglio.

Qui, pubblicamente, lo ringraziamo per la disponibilità che ci ha dedicato.

Quando hai iniziato a fotografare?

Avevo circa sedici anni. Per Natale mi era stata regalata una fotocamera “basica”. A quel tempo sognavo di diventare una guardia forestale (ranger), così ho provato a fotografare gli animali e in particolare gli uccelli. I risultati furono modesti. Ho dimenticato la natura molto presto e mi sono concentrato sulle persone.

Quella tua per la fotografia è stata passione?

Non si può essere fotografo senza passione!

Come hai curato la tua formazione?

Non ho mai seguito corsi, né frequentato scuole specifiche. Ho sperimentato molto con le fotocamere e in camera oscura.

Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

L’osservazione, il mondo che ci circonda; il tutto completato da tanta immaginazione.

Pubblicità, calendari, moda, progetti: quale di queste aree è più vicina al tuo stile? Sono tutti ambiti affascinanti per me, perché il risultato deve sempre essere una fotografia.

Qual è, a tuo avviso, la qualità più importante per un fotografo come te? Essere fotografo vuol dire sentirsi continuamente in gioco. Un acquirente d’arte, in un’agenzia pubblicitaria, un giorno mi disse: “Fare una fotografia è come competere ai Giochi Olimpici; si deve vincere la medaglia d’oro!”

Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro che vorresti portare a termine?

Non uno, ma molti!

Bianco & Nero o colore?

Prevalentemente colore: è nel mio stile. Solo poche volte mi sono dedicato al bianco e nero.

Tu vieni dall’analogico: hai qualche rimpianto per la pellicola?

Assolutamente no. Mi dispiace soltanto che stiamo affogando in un mare di miliardi di immagini digitali scattate tutti i giorni.

Uwe, c’è tra le tue un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

Sì quella con la modella, con il pesce in secondo piano. E’ stata scattata nelle acque gelate del Lago Mead, in Nevada, per il Calendario Mintex 1982. Il mio assistente, completamente immerso, teneva il pesce per la coda, la cui scia era generata dal direttore artistico a secchiate. Lo scatto nacque al momento; e Photoshop non era ancora diffuso.

Nelle tue immagini s’incontrano molte bellezze al femminile: che tipo di donna esce dalle tue immagini?

Di tipi diversi, direi: sofisticate, naturali, fiere, eleganti, nude, timide, coraggiose; certamente tutte molto belle.

Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

Non riesco a dirtelo adesso; meglio aspettare il nuovo giorno.

È il momento degli auguri. Puoi farteli da solo: cosa ti dici per il futuro?

Vorrei rifare tutto, ancora una volta.



Buona fotografia a tutti

Owe Ommer

Frank Horvat Gli esordi per Uwe Ommer sono stati trionfali: a soli diciotto anni vince un Gran Prix (il primo Deutscher Judendphotopreis), istituito a favore dei giovani fotografi, con un’immagine che ritrae dei bambini mentre giocano a calcio. Da allora di strada ne ha fatta molta: dalla natia Colonia, nel 1964, si è trasferito a Parigi dove ha lavorato per Charles Jourdan, Ungaro, Chanel, Renault, Citroen, e dal 1979 ha uno studio anche a New York. I suoi clienti d’oltreoceano, Saks Fifth Avenue e Bloomingdale’s, non sono meno prestigiosi di quelli europei: collabora inoltre con la Youg & Rubicam di Detroit alla realizzazione di cataloghi automobilistici. Il 1984, si riaprì per lui il Calendario Pirelli, e la Kodak lo incaricò di fotografare le Olimpiadi. Il suo amore per l’Africa gli ha ispirato vari libri; fra questi African Sojourn, raccolta di ritratti di donne nere, con un’introduzione del poeta senegalese Léopold Senghor.

Nel 1995 ha deciso di imbarcarsi in un progetto diverso dai precedenti e mai affrontato da altri fotografi. Quasi per una sfida personale, ha intrapreso un viaggio nel mondo per documentare tutti i tipi di famiglie a cavallo del millennio, in ogni continente. Ommer ha visitato 130 paesi nei quattro anni successivi, intervistando e fotografando oltre 1000 famiglie. Con sé portava lo stretto indispensabile: una Rolleiflex, uno studio portatile, molte mappe e tante guide cartacee; nient’altro.

Nel 2000 Ommer ha riportato a Parigi 1.251 fotografie che illustrano la “famiglia” nel mondo. Ommer aveva realizzato il suo sogno dimostrando che, nonostante le differenze culturali, geografiche, di lingua o religione, la famiglia rimane una delle istituzioni più importanti e universali per gli esseri umani di tutto il mondo.
Taschen ha pubblicato il catalogo dal titolo “1000 Famiglie” nel 2000, quando le fotografie sono stati esposte al pubblico a Colonia, in Germania, in occasione di Photokina.


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