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Gianni Berengo Gardin

“La Fotografia non rappresenta quasi mai la realtà. Il fotografo impara a vedere e guardare. Non so se questo serva a raggiungere e catturare l’istante magico di Bresson, di sicuro aiuta a pensare, a usare occhi, testa e cuore”. Gianni Berengo Gardin uno dei fotografi italiani più celebrati nel mondo racconta la sua vita e il suo particolare approccio alla creazione delle immagini.“
GIANNI BERENGO GARDIN
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Uno tra I pIù grandI InterpretI della fotografIa dI reportage e rItratto casualmente prestato alla moda che ha cammInato al fIanco dI protagonIstI della cultura come Leonardo SciascIa ed HenrI CartIer Bresson. Un maestro capace dI creare emozIonI all’alogenuro d’argento.

Incontrare Ferdinando Scianna nel suo studio è un’emozione. Colpisce da subito la sua naturalezza, la lucidità e il non esserci mai, in ciò che dice, un luogo comune, un “già sentito”. La sua logica è cristallina, ma scivolosa per i più. Per nulla scontata, trova l’ap- prodo in una verità consolidata e vissuta suffra- gata da una dialettica schietta, colta perché ricca di punti di non ritorno.

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Il fotografo non scrive con la luce” - ci dice scianna - “la legge”. Così iniziamo ad addentrarci in un ambito esistenziale complesso e decisa- mente meraviglioso, dove fortuna e talento vanno di pari passo, senza finte ipocrisie. È lui a dirlo. La nostra attenzione si sposta. Di questo ragazzo di Bagheria ci piacerebbe conoscere di più e non soltanto di fotografia. Avendolo letto con assiduità, vorremmo sapere dei suoi incontri, magari di quelle lunghe passeggiate che deve aver compiuto con i grandi, meritandone (eccome!) la compagnia.

Ferdinando ci spiega come la sua vita rappresenti un piatto ben confezionato.Lui ha utilizzato bene gli ingredienti. ovviamente si riferisce agli incontri che gli si sono parati davanti ma a noi tutto questo appare troppo semplice. Ci deve essere stato dell’altro, almeno un istinto riconoscibile da pochi. Una forza interiore chiamata coraggio, desiderio, passione, persino carnalità. Forse la sua terra, la sicilia, gli è andata incontro, regalandogli il sole, la luce, la cultura e lo sguardo per leggerla; ma anche un sapere antico, che gli sta addosso anche quan- do la lascia, e vive lontano. Ecco, sì! Ferdinando è partito da giovane. Ce lo racconta, però, senza rim- pianto e nemmeno retorica. Lo strappo c’è stato, ricucito ma mai dimenticato dalle cose della vita. La sua fotografia? Ne abbiamo parlato poco: molto meglio guardarla. si è preferito spiegare la nostra curiosità per un’esistenza che vorremmo farci rac- contare più volte.

Ecco dov’è il segreto delle sue immagini, svelato da pochi che ne hanno saputo leggere, prima di altri, lucidità e spirito narrativo.

Ferdinando, da dove iniziamo? Dalla tua vita?

Una gran bella vita, fortunata.

Perché dici così?

Credo sia la verità. Del resto, già la fotografia mi ha restituito più di quanto io non le abbia offerto. Ha reso la mia esistenza affascinante, piena di appuntamenti importanti. senza di essa non sarei entrato in certi mondi, così come non avrei goduto di una notorietà ben oltre i miei meriti.

La tua è una visione un po’ centrifuga dell’esistenza. Non sei così avulso da meriti... La vita è una concentrazione di casualità, che, attraverso dei meccanismi, ci rende migliori. Certo, ho contribuito con qualcosa di mio ma, alle volte, l’uomo è in grado di aggiungere cose cattive e non è così scontato che tutto vada per il meglio. La tua parte buona qual è stata? sono stato in grado di mettere insieme gli ingredienti di un buon piatto.

Un po’ poco. Dove metti la tua cultura? Il tuo rispetto per le cose?

Una volta mi dissero che avevo un istinto straordinario nel riconoscere le persone di qualità. Io mi sono attaccato a quelle e ho “succhiato” quanto più potevo. tutto però è dipeso dagli incontri. Un po’ come con le donne: solo di alcune t’innamori. sta di fatto che puoi costruire la storia della tua vita con chi ti si para davanti.

Di certo hai mostrato talento...

Il talento è una parola grossa. È difficile dire: “La vita è bella”. Certo è che ne puoi fare tante cose. Il talento sta alla vita come la lunghezza del naso: è una misura ma la devi mettere in pratica. Nella vita poi contano tante cose: la genetica, il contesto e ciò che fai. Il tutto in egual misura.

vogliamo dire che hai manifestato la tua passione?

La passione è dovuta, all’inizio, poi diventa come il talento o il coraggio quello di Don Abbondio la puoi possedere o meno. Molti dicono: “sono innamorato della fotografia”. Io rispondo: “Ma di cosa?”. Ci sono tanti amori disgraziati. La passione va alimentata col lavoro.

veniamo alla tua vita: qual è è stato il primo incontro importante?

Direi Cesare Brandi. Ero iscritto all’Università di Palermo e sono andato a seguire una sua lezione di storia dell’Arte. Cesare parlava del Masaccio e io non avevo mai sentito nulla di simile: dalla dimensione stilistica, fino al contesto storico. rimasi abbagliato. Così, mentre gli altri studenti uscivano dall’aula, io ho cercato di avvicinarlo. “Lei è una miniera”, gli dissi. E poi: “Io da qui non me ne vado”. Lui poteva riempire uno dei miei tanti buchi.

Di sicuro ci sono stati altri incontri, alcuni sono celebri.

Certo, Leonardo sciascia ha voluto dire tanto. Aveva visto le mie fotografie delle feste popolari e di queste mi ha detto cose che io non capivo. In realtà traspariva un istinto narrativo che anda- va oltre la mia stessa consapevolezza. Eravamo negli Anni ’60, cosa poteva sapere un ragazzo ventenne di Bagheria?

Poi c’è stato Henri cartier Bresson?

Gli eventi si concatenavano: una certa cosa ne produceva un’altra. Pure l’Europeo è venuto per caso, anche se avevo vinto il premio Nadar con le Feste religiose in sicilia.

La prefazione del lavoro fu proprio di Leonardo sciascia.

Perché non percepivi la consapevolezza di te stesso?

Chiedo spesso ai giovani fotografi: “Qual è la relazione con quello che fate?”. E poi: “Cosa vedono gli altri di ciò che state portando avanti?”. La risposta alle due domande può rassicurarti. Comunque anche la cultura diventa determinante. ricordo che alcuni ragazzi avevano fatto delle foto per l’apertura del manicomio di Agrigento. Ne avevano tratto delle immagini interessanti. Io mi trovavo in sicilia e ho potuto vedere la loro mostra. “Avete fatto una bella cosa”. Mi chiesero di scrivere una prefazione a un libro. Chiesi: “Ma voi sapete dove si colloca il vostro lavoro?” Conoscete che cosa hanno fatti altri importanti fotografi sul tema? Pensate che in questo lavoro ci sia abbastanza per farne un libro? Non lo sa- pevano. Io credo di essere un critico fotografico prima ancora che un fotografo. Di sicuro conosco i lavori altrui, anche perché la cosa più difficile invece sta nell’interpretare i propri lavori con lo sguardo degli altri.

Un atto di modestia?

No, un atteggiamento umile. Del resto, se tra cinquant’anni venisse pubblicato un volume di storia della fotografia, a me toccherebbero quattro righe.

Un po’ poco. Dove metti la tua cultura? Il tuo rispetto per le cose?

Una volta mi dissero che avevo un istinto straordinario nel riconoscere le persone di qualità. Io mi sono attaccato a quelle e ho “succhiato” quanto più potevo. tutto però è dipeso dagli incontri. Un po’ come con le donne: solo di alcune t’innamori. sta di fatto che puoi costruire la storia della tua vita con chi ti si para davanti.

Di certo hai mostrato talento...

Il talento è una parola grossa. È difficile dire: “La vita è bella”. Certo è che ne puoi fare tante cose. Il talento sta alla vita come la lunghezza del naso: è una misura ma la devi mettere in pratica. Nella vita poi contano tante cose: la genetica, il contesto e ciò che fai. Il tutto in egual misura.

vogliamo dire che hai manifestato la tua passione?

La passione è dovuta, all’inizio, poi diventa come il talento o il coraggio - quello di Don Abbondio - la puoi possedere o meno. Molti dicono: “sono innamorato della fotografia”. Io rispondo: “Ma di cosa?”. Ci sono tanti amori disgraziati. La passione va alimentata col lavoro.

veniamo alla tua vita: qual è è stato il primo incontro importante?

Direi Cesare Brandi. Ero iscritto all’Università di Palermo e sono andato a seguire una sua lezione di storia dell’Arte. Cesare parlava del Masaccio e io non avevo mai sentito nulla di simile: dalla dimensione stilistica, fino al contesto storico. rimasi abbagliato. Così, mentre gli altri studenti uscivano dall’aula, io ho cercato di avvicinarlo. “Lei è una miniera”, gli dissi. E poi: “Io da qui non me ne vado”. Lui poteva riempire uno dei miei tanti buchi. Di sicuro ci sono stati altri incontri, alcuni sono celebri.

Certo, Leonardo sciascia ha voluto dire tanto. Aveva visto le mie fotografie delle feste popolari e di queste mi ha detto cose che io non capivo. In realtà traspariva un istinto narrativo che andava oltre la mia stessa consapevolezza. Eravamo negli Anni ’60, cosa poteva sapere un ragazzo ventenne di Bagheria?

Poi c’è stato Henri cartier Bresson?

Gli eventi si concatenavano: una certa cosa ne produceva un’altra. Pure l’Europeo è venuto per caso, anche se avevo vinto il premio Nadar con le Feste religiose in sicilia.

La prefazione del lavoro fu proprio di Leonardo sciascia.

Perché non percepivi la consapevolezza di te stesso?

Chiedo spesso ai giovani fotografi: “Qual è la relazione con quello che fate?”. E poi: “Cosa ve- dono gli altri di ciò che state portando avanti?”. La risposta alle due domande può rassicurarti. Comunque anche la cultura diventa determinante. ricordo che alcuni ragazzi avevano fatto delle foto per l’apertura del manicomio di Agrigento. Ne avevano tratto delle immagini interessanti. Io mi trovavo in sicilia e ho potuto vedere la loro mostra. “Avete fatto una bella cosa”. Mi chiesero di scrivere una prefazione a un libro. Chiesi: “Ma voi sapete dove si colloca il vostro lavoro?” Conoscete che cosa hanno fatti altri importanti fotografi sul tema? Pensate che in questo lavoro ci sia abbastanza per farne un libro? Non lo sapevano. Io credo di essere un critico fotografico prima ancora che un fotografo. Di sicuro conosco i lavori altrui, anche perché la cosa più difficile invece sta nell’interpretare i propri lavori con lo sguardo degli altri.

Un atto di modestia?

No, un atteggiamento umile. Del resto, se tra cinquant’anni venisse pubblicato un volume di storia della fotografia, a me toccherebbero quattro righe.

Nel mio Pc ho una cartella nominata “Progetti”. Dentro c’è il desiderio di libri di ritratti, animali, paesaggi, donne, viaggi. tutto questo ancora lontano da un’idea editoriale precisa. Ma finora sono riuscito a pubblicare tutti i libri che avevo in mente ritratti? È un lavoro già compiuto?

Certo, immagini che avessero la tenuta del ritratto, al di là della celebrità del soggetto. Ciascuno accompagnato da miei testi riferiti alle persone o da semplici riflessioni.

cosa c’è di difficile nel ritratto?

Un giorno mi chiesero di fare una conferenza sul tema. Preparai una cavalcata da fotografo attraverso la storia del ritratto prendendo spunti da molti libri. L’ho riproposta più volte, arricchen- done il contenuto. Mi sono reso conto come in realtà, attraverso il ritratto veniva fuori la storia di tutto l’occidente e di tutta la storia della fotografia.

come nasce un tuo ritratto?

Per me è una cosa spontanea. Un reportage su una settimana santa, per esempio, vive di personaggi che, se fotografati singolarmente, diventano ritratti.

c’è un’immagine che hai scatttao alla quale sei particolarmente affezionato?

È molto difficile rispondere. scatti tante fotografie e alcune di queste ti accompagnano per tutta la vita. A queste finisci per affezionarti. Attenzione, di mezzo c’è anche il momento della scelta: in pratica sei tu a decidere quali opere saranno al tuo fianco.

Capisci che, in quest’ottica, definire un “best” è complicato. Di solito, quando mi pongono una domanda del genere, preferisco rifarmi ai miei libri. Del resto, tutto diviene: scegli cinquanta foto e ne lasci lì delle altre. Dopo un po’ di tempo riguardi il tutto, cambi la scelta e ti rendi conto di essere cambiato anche tu.

Potessi farti un augurio da solo, cosa diresti a te stesso?

Paolo Conte disse: “È probabile che nei primi die- ci anni della mia carriera io abbia fatto le cose migliori. Ma io continuo a comporre, magari esce fuori ancora qualcosa di buono”. Fotograficamente, non ho più nulla da chiedermi, continuo a fare libri, compatibili con le mie esperienze.



Buona fotografia a tutti

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin inizia a occuparsi di fotografia nel 1954.

Nel 1965 lavora per Il Mondo di Mario Pannunzio. Negli anni a venire collabora con le maggiori testate nazionali e internazionali come Domus, Epoca, Le Figaro, L’Espresso, Time, Stern. Procter & Gamble e Olivetti più volte hanno usato le sue foto per promuovere la loro immagine.

Berengo Gardin ha esposto le sue foto in centinaia di mostre in diverse parti del mondo: il Museum of Modern Art di New York, la George Eastman House di Rochester, la Biblioteca Nazionale di Parigi, gli Incontri Internazionali di Arles, il Mois de la Photo di Parigi.

Nel 1991 una sua importante retrospettiva è stata ospitata dal Museo dell’Elysée a Losanna e nel 1994 le sue foto sono state incluse nella mostra dedicata all’Arte Italiana al Guggenheim Museum di New York. Ad Arles, durante gli Incontri Internazionali di Fotografia, ha ricevuto l’Oskar Barnack - Camera Group Award. Gianni Berengo Gardin ha pubblicato 210 libri fotografici.


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