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Douglas Kirkland

“MI DOMANDAVO SPESSO QUALE SAREBBE POTUTO ESSERE IL MIO LAVORO, COSÌ PENSAVO DI TROVARMI IN MEZZO A QUELLE PERSONE CHE ANDAVANO IN GIRO PER IL MONDO CON LA MACCHINA FOTOGRAFICA AL COLLO ”
Douglas Kirkland
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Incontriamo Douglas Kirkland in una Milano assolata. Sono amici comuni a farcelo conoscere (li ringraziamo) e lo ricorderemo a lungo, com’è ovvio che sia. L’impatto è immaginabile: lui disinvolto, americano, in bermuda (indossate con agilità); noi imbarazzati, provinciali, con una videocamera per un inglese mai imparato a sufficienza.

Douglas è un fotografo apprezzato: forse non uno dei grandissimi, ma con dei lavori importanti a giustificare una carriera brillante e continua; senza soste. A piacerci è la sua vita, sin da ragazzo; quando appena quattordicenne maneggia una folding per ritrarre gli accadimenti (poveri, a dire il vero) di un paesino canadese, ai confini con gli Stati Uniti. Siamo convinti che proprio quella provincia dalle poche anime abbia costituito il vero motore della sua carriera, di quanto lui chiedeva a se stesso ogni giorno. Dietro a quel volto da eterno ragazzo (ha ottant’anni oggi Douglas!) si cela una grande umiltà: quella che l’ha portato a non dimenticare mai le proprie origini. Ce lo ripete spesso, nell’intervista: “Per me che partivo da Fort Erie, tutto era inconsueto, inimmaginabile”. Che la provincia sia fucina di creatività non è un mistero, soprattutto quando un padre porta a casa tutte le uscite di LIFE, con le notizie del mondo; sta di fatto che il nostro non si è mai eretto a interprete, preferendo invece collocarsi come testimone di ogni avvenimento. Della notte con Marilyn dirà: “Lei seduceva la fotocamera ed io ero quel ragazzo capitato lì...”. Umiltà a parte, Douglas ha amato la vita: respirandola ogni giorno. Abbandonando la provincia, ha apprezzato la libertà, quella degli orizzonti allargati, delle opportunità infinite. Man mano ha visto realizzarsi i propri sogni, quelli stimolati da LIFE; senza dimenticarsi però quel ragazzino (lui) che odiava la scuola e amava la fotografia. Forse se lo porta dentro ancora oggi, nell’agilità di bermuda e maglietta, con i capelli lunghi da ragazzo. Ha sempre premesso: “Per me che partivo da Fort Erie...”; e noi lo abbiamo apprezzato per questo.

Douglas, puoi raccontarci i tuoi inizi come fotografo? Che età avevi quando hai iniziato a fotografare?

Ho iniziato con la fotografia in giovane età. Vivevo in una piccola città del Canada, di settemila abitanti, chiamata Fort Erie, poco distante da Buffalo, che è già negli USA. Io ero un ragazzino che viveva di sogni, che poi sono riuscito a realizzare più di quanto avrei immaginato. La prima foto l’ho scattata a dieci anni, davanti a casa, il giorno di Natale. Due anni dopo già lavoravo con una Speed Graphic 4 × 5, a pellicole piane. A quattordici anni collaboravo con uno studio fotografico locale. Dopo la scuola, e il sabato, ritraevo ogni sorta di cose, anche per il piccolo giornale della città, The Review Times. I miei soggetti erano battesimi e matrimoni, poi tutto quanto potesse animare un paese di confine.

Dove nascevano i sogni di quel ragazzino?

Mio padre portava a casa LIFE, che poi era l’unico modo per essere informati (non c’era la TV allora). Lì nasceva la mia visione del mondo, la stessa che prendeva corpo al cinema, durante i cine giornali. Mi domandavo spesso quale sarebbe potuto essere il mio lavoro, così pensavo di trovarmi in mezzo a quelle persone che andavano in giro per il mondo con la macchina fotografica al collo.

La tua è stata passione per la fotografia?

La fotografia mi consentiva una visione personale delle cose. Mi sono sempre posto degli obiettivi, per ogni scatto. Guardavo le cose e tentavo di coglierne il senso, per tradurlo con la tecnica. Opero così anche adesso che ho ottant’anni, percependone in realtà una cinquantina. Il fine ultimo è offrire qualcosa alla gente, anche nei lavori commerciali. La mia foto deve piacere, restituendomi però soddisfazione.

Come hai curato la tua formazione da fotografo?

Ti ho già detto che lavoravo per un piccolo giornale locale, già quando andavo a scuola. Collaboravo anche per un piccolo negozio di paese. Devo dirti che non amavo gli studi, così un giorno i miei genitori hanno scoperto una high school che faceva il caso mio. Là s’insegnavano le arti, così ogni giorno valicavo il confine con gli USA per far respirare, finalmente, la mia passione. Il grande passo, però, è avvenuto quando mi sono stabilito a New York. Ho conosciuto un mondo inusuale, diverso: un’autentica rivelazione; il che mi ha costretto a cambiare linguaggio, perché là non c’erano mamme e nemmeno bambini da fotografare la domenica. Tutto è diventato diverso.

Hai avuto dei modelli ispiratori? Dei fotografi che hanno lasciato un segno nella tua carriera?

Tanti, ma li percepivo tutti come dei giganti. Non ho mai dimenticato da dove sono partito.

Fotograficamente come ti definiresti? Fotografo di scena? Ritrattista? Altro?

È impossibile rispondere, anche perché bisognerebbe scegliere. È una domanda che non mi piace. Se hai dieci figli, quale ami di più? Tutti, è ovvio. Forse il ritratto è lo stile che ha significato maggiormente la mia carriera, anche se spesso capita di perdere la percezione di ciò che si è nella realtà: l’arte rischia di andare oltre alle tue stesse intenzioni.

Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

Alcuni miei colleghi si mostrano altezzosi. A me piace la gente, tutta. Amo dialogare con le persone, proprio come sto facendo con te adesso. Penso sia importante vivere bene, prendendo il meglio ogni giorno. Ci sono delle cose che mi disturbano, generalmente quando le persone si ritengono importanti. Del resto, chi ritraggo non deve essere necessariamente una super star. Le immagini sono importanti, perché da loro deve scaturire felicità.

Preferisci il B/N o la fotografia a colori?

Non ho una preferenza netta. Molti ritratti li ho scattati in bianco & nero. Oggi puoi scegliere dopo e la cosa non mi disturba, anzi.

Hai iniziato con l’analogico e oggi scatti in digitale. Provi qualche rimpianto per la pellicola? Alla mia età sarebbe brutto avere dei rimpianti. Mi piacciono le cose nuove e questo mi ha aiutato molto. Se poi penso ai tempi e alle fatiche dell’analogico, mi convinco come un passo indietro sarebbe insopportabile. Oggi hai tutto sotto controllo, con facilità: fino alla stampa. Puoi mostrare il tuo lavoro immediatamente; ma anche riprovare, se necessario. Del resto, tutto è diventato più veloce: la fotografia doveva adeguarsi. Per te la fotografia è stata importante. Cos’è, secondo te, che la rende così speciale?

La fotografia è complessa. Non è sufficiente prendere la macchina fotografica e scattare, magari ogni giorno. Si può, e si deve, fare molto di più. La fotografia è alla portata, magari oggi più di ieri; ma ti permette di provare, sperimentare, stampare, trovando gli errori. Da lì puoi iniziare, ancora; migliorando e continuando a imparare. È davvero emozionante!

Secondo te cos’è che rende grande una fotografia? C’è qualcosa in grado di renderla unica? Iconica?

Non so se esista una ricetta in grado di rendere grande un’immagine. Potrei citarti diversi elementi, tra questi la sorpresa. Qualcuno guarda in macchina in maniera particolare e accade il miracolo. Non dobbiamo chiamare in causa solo il fotografo, ma lui e il soggetto insieme: nel rapporto che s’instaura tra loro.

Tu hai ritratto molte celebrità, quanto è importante la personalità che le accompagna? La loro immagine pubblica ha mai influenzato il tuo lavoro?

La domanda è interessante, perché quando devi ritrarre delle celebrità, senza conoscerle di persona, parti con un’idea preconcetta. Succede che poi ti siedi davanti a loro e scopri che sono completamente diverse da come le avevi immaginate. Ti rendi allora conto di aver bisogno di tempo, per andare più a fondo nella conoscenza; questo per rendere maggiormente accurato il tuo operato.

Ti viene in mente qualcuno che abbia modificato il tuo percepito del suo essere? Marilyn Monroe è un buon esempio. Era una personalità in continuo divenire. Sono stato con lei in tre occasioni diverse, incontrando altrettante persone differenti.

Parlando di Marilyn penso a quante e quali celebrità hai potuto incontrare. Ce ne sono alcune che ti hanno lasciato qualcosa di particolare?

Parlando di celebrità, la lista è necessariamente lunga. Ho fotografato attori e attrici, star dello spettacolo e scrittori, persino uomini politici. Lì è difficile esprimere preferenze, anche perché lavoravamo per altri: coloro che avrebbero guardato le “nostre” immagini. Da fotografo, forse gli incontri più interessanti sono stati quelli avvenuti con altri colleghi: Man Ray e Penn su tutti. Il primo l’ho conosciuto tramite mia moglie (francese) ed è stato emozionante. Avevo l’impressione di trovarmi di fronte a una persona che avrebbe potuto fare tutto.

Di Irving Penn cosa ricordi? Hai lavorato con lui, sbaglio?

Sono stato suo assistente, e la cosa mi ha cambiato la vita; soprattutto se consideri da dove venivo. Con lui mi si è aperto un mondo, lo stesso che mi ha fatto crescere fotograficamente. Lo ringrazio per questo.

Precisamente, cosa hai imparato da lui?

Irving Penn era sincero, veritiero. Nutriva un grande rispetto per il proprio lavoro, al quale dedicava tutte le attenzioni possibili: sin dalla cura dell’archivio.

Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro che vorresti portare

Oggi sono in grado di scorrere la mia vita come in un grande libro, fitto di pagine. È una storia lunga, ricca di episodi: tutti degni di essere raccontati. No, non ho rimpianti; neanche ricordi che mi facciano desiderare di “riavvolgere il nastro” solo per un minuto. Mi sono sempre trovato dove avrei voluto essere, e questa è una grande cosa. Ho ritratto JFK e anche Ronald Regan; Obama no, ma non importa. Sono contento che gli Stati Uniti abbiano, per la prima volta, un presidente di colore.

Hai una focale preferita? Su quale SLR la monti?

Uso la EOS 5D Mark II. Come lente, monto preferenzialmente il 24 – 105 f/4. È la mia ottica universale. Ne possiedo altre, il 70 – 200 f/2,8 per esempio. La trovo sorprendente per qualità,

ma oggi amo viaggiare leggero e credo sia giusto così. Guardando la tua carriera a ritroso, qual è stato il compito più impegnativo che hai dovuto affrontare? Credo che il compito più duro sia stato fotografare Marilyn Monroe. Lavoravo per la rivista Look, che doveva uscire con un numero speciale: quello che avrebbe celebrato la sua venticinquesima edizione. Sulle prime mi sentivo come un Superman, poi, una volta a Los Angeles, sono iniziati i primi dubbi. Mi domandavo: “Ho promesso qualcosa che forse non riuscirò a mantenere?” Ecco come una grande opportunità si è trasformata in un momento estremamente difficile.

Com’è nato quel servizio? Quella notte con Marilyn?

Insieme a lei è stato semplice, dopo tutto. Mi serviva una foto per mostrare l’essenza di Marilyn Monroe. Ne abbiamo parlato insieme, volevo qualcosa che colpisse, anche perché Marilyn Monroe rappresentava il più grande sex symbol dell’epoca. La cosa interessante è che, sedendomi al suo fianco, mi sono accorto di parlare con la “ragazza della porta accanto”. È stata lei ad aiutarmi, dicendo: “Io so cosa ci serve”. “Dovrei posare sdraiata su un letto, con niente addosso; con soltanto un lenzuolo a coprirmi” E accadde realmente così.

Nel servizio ci sono alcune riprese dall’alto. Anche quella è stata una sua idea?

Io mi adatto alle varie situazioni. Quel taglio mi piaceva. Avrei potuto trovare una sedia, una finestra; ma eravamo in uno studio, così sono riuscito a mettere il letto proprio sotto il punto di ripresa. Per il resto, lei era Marilyn. Ha giocato per la fotocamera, perché lì poteva creare più che in un film. Alla fine è riuscita a sedurla, ed io ero il ragazzo capitato lì, per caso. Questo è ciò che si vede nelle immagini.

Potessi scegliere, quale fotografia scatteresti domani?

Oggi la tecnologia corre ed è difficile immaginare cosa potremo fare in futuro. Si apriranno sicuramente nuove frontiere, con linguaggi differenti. Penso di aver fatto le foto che mi piacevano e spero di scattarne ancora, di quelle che lascino il segno: magari anche dopo di me.

Puoi farti un augurio fotografico: cosa ti dici?

Foto, foto, foto: immagini che rendano felici. Vorrei anche essere d’aiuto a qualcuno, perché continui sulla mia strada: quella iniziata dai sogni di bambino.



Buona fotografia a tutti

Douglas Kirkland

Douglas Kirkland è nato a Toronto in Canada. Ha iniziato a collaborare con il magazine “Look” poco più che ventenne, e più tardi con “Life Magazine”, durante l’epoca d’oro del fotogiornalismo.
Nel corso degli anni, Douglas Kirkland ha lavorato sul set di oltre un centinaio di film. Tra questi, “Butch Cassidy e Sundance Kid”, “2001 Odissea nello Spazio”, “Tutti insieme appassionatamente”, “Out of Africa”, “Titanic”, “Moulin Rouge”, “Australia” e “Il grande Gatsby”, di Baz Luhrmann, film interpretato da Leonardo DiCaprio e Tobey Maguire. Alcuni dei suoi libri sono “Light Years”, “Icons”, “Legends”, “Storie di corpo”, “An Evening With Marilyn”, il best seller “Il Titanic di James Cameron”, “Freeze Frame”, “Michael Jackson - The Making of Thriller”, e la sua recente monografia “A Life in Pictures”. Tutti raccontano il lavoro imponente che Kirkland ha portato avanti in tanti anni di carriera.

Le fotografie di Douglas Kirkland sono state esposte in tutto il mondo. La sua mostra di Freeze Frame è ora nella collezione permanente dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Beverly Hills. Il suo lavoro è anche nelle collezioni permanenti del Smithsonian, la National Portrait Gallery di Canberra in Australia, la National Portrait Gallery di Londra, la Eastman House di Rochester, il Centro di Houston per la Fotografia e la Annenberg Space for Photography di Los Angeles.

Egli è anche un ricercato conferenziere. Nel settembre del 2008, Vanity Fair Italia ha organizzato una retrospettiva della sua opera presso il Museo della Triennale di Milano. Nell’ottobre 2007, Douglas ha ricevuto una laurea honoris causa in Belle Arti presso il Brooks Institute of Photography, per il suo profondo impegno e la dedizione alla sua professione.

Quando non è in giro per il mondo, la sua casa - studio è sulle colline di Hollywood, dove vive con la moglie Françoise.


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