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Paolo Curto

"Si è immerso in tutti i mari del mondo, per realizzare documentari su squali, balene, piovre ed orsi polari.“
PAOLO CURTO
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

PAOLO CURTO: MARE, AMORE E FANTASIA.

E’ stato piacevole parlare con Paolo Curto, anche se solo al telefono. Disponibilità a parte (infinita, educata, quasi d’altri tempi), dal dialogo emergevano davanti ai nostri occhi le sue immagini iconiche, quelle che tra gli anni ’70 e ’80 hanno tappezzato le copertine delle principali riviste, comprese quelle di stampo fotografico.

Non ci ha svelato segreti, Paolo; ma crediamo che non potesse nemmeno farlo. Lui ama la fotografia, la pittura e il mare, in un trigono che nel tempo si alimenta da solo. E l’amore, quello vero, non si può spiegare, ma solo dimostrare, rendendolo semmai estremamente contagioso. Così è stato, infatti, con tutte le modelle che si sono trovate di fronte al suo obiettivo: per quell’amore si sono concesse come “dee per caso” di antichi giochi sulla spiaggia.

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Siamo confusi: ci mettiamo a pensare. Mare, spiagge e belle donne: ecco cosa vediamo; ma non riusciamo ad andare oltre a un’invidia positiva per quella complicità necessaria affinché un incontro a due possa diventare immagine voluta, desiderata da entrambi. Fantasticando tra i ricordi scolastici della mitologia, ci viene in mente la dea Teti, figlia di Nereo e Doride, discendenti da Oceano. Lei era dotata di sovrumana bellezza, tanto da suscitare l’invidia delle più affascinanti donne mortali. Come le modelle di queste immagini, Teti aveva anche il dono della metamorfosi, il che ne aumentava il fascino.

La mitologia greca ci racconta come in molti si fossero innamorati di lei, Zeus compreso; ma era destinata a generare un figlio più potente del padre, così i pretendenti si fecero da parte.

La leggenda racconta come fu un umano a godere dell’amore di Teti, tale Peleo, re di Fidia. Questi, in spiaggia, si nascose dietro un cespuglio e approfittò del sonno della dea per farsi avanti. Ne nacque una battaglia amorosa cruenta, inimmaginabile; ma dal lieto fine. Dalla coppia nacque Achille, quello del tallone e della guerra di Troia.

Ci siamo spinti oltre? Troppo lontano? Eppure le bellezze che vediamo escono dai contesti più comuni e anche da situazioni già percorse e confortevoli. Di fronte a noi si para il gioco, il tempo desiderato; forse non la battaglia, il conflitto, ma il confronto a due sì: necessario e sentito. Osservando le immagini, non ispezioniamo i corpi e nemmeno le movenze: tutto va bene com’è; l’amore e la fantasia hanno già fatto il loro corso. Teti continua a vivere nel suo mito, quello che si ripete solo per alcuni: dei del mare permettendo.

D] Paolo, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Ero appassionato sin da ragazzo, soprattutto di fotografia subacquea. Ricordo che possedevo una Voigtländer, che immergevo con l’aiuto di una custodia artigianale. Fu mio fratello a cambiarmi la vita, quando dal Giappone mi fece avere la prima Nikon anfibia, con la quale fotografai lo squalo elefante davanti ad Alghero. Ne nacque un servizio per Mondo Sommerso. Studiavo scienze biologiche allora, ma la motivazione venne meno. Siamo nel 1965.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Come ti ho detto, il fuoco sacro si è acceso sin da ragazzo, anche nei riguardi della pittura. Ricordo ancora che Mondo Sommerso mi chiese di collaborare, fino ad assumermi. La mia passione non poteva trovare sfogo migliore: nasceva l’opportunità di viaggiare.

D] La passione si è rivelata importante per la tua carriera?

R] Sì, perché mi ha restituito la sensibilità, esaltando anche il mio attaccamento per il mare e la fotografia che lì poteva nascere, persino a riva. La testata di prima non ha rappresentato l’unico ambito lavorativo. Mi sono immerso in tutti i mari del mondo, occupandomi anche di filmati. Io e la troupe con la quale collaboravo abbiamo ripreso i Capodogli immergendoci, come anche gli Orsi Polari. Ai tempi i budget erano cinematografici, e nessun altro avrebbe potuto sostenerli.

D] Vedo, nella tua gallery, delle immagini “terrestri”, scattate fuori dall’acqua …

R] Sono arrivate dopo. Tutto è iniziato nell’Oceano Pacifico, dove mi ero recato per fotografare i cannibali per conto di Atlantide. Cercavo argomenti di questo tipo, anche se poi il mare non l’ho mai abbandonato. Circa la moda, venni chiamato da Sports Illustrated, ma si lavorava in subacquea o a pelo d’acqua; altre volte sulla riva; il mare però era sempre lì, vicino come non mai. Così è stato anche quando ho lavorato per il turismo, pochi sono stati i servizi scattati in montagna.

D] Il mare per te è un elemento ricorrente, quindi …

R] Io sono nato a Pola, poi i miei si sono trasferiti in Sardegna, dopo una parentesi a Venezia. Ho incontrato il mare nell’isola tirrenica, ed è stata subito passione.

D] Non c’è Nettuno nel tuo mare (o almeno non si palesa), viceversa s’incontrano tante belle donne …

R] Anche loro una mia passione.

D] Che tipo di donna emerge dalle tue fotografie?

R] Certamente non quelle omologate dalla moda. La bellezza è un’espressione della vita, si manifesta in ogni momento e il contesto marino riesce a esaltarla, magari attraverso un’inquadratura particolare. Nelle immagini che vedi, spesso ho tratto ispirazione dalle fotografie di altri autori, sviluppandone poi un’idea personale. Nelle arti espressive, tutti siamo debitori di qualcuno: come Paul Gauguin, anch’io sono andato in Polinesia per dipingere alla sua maniera.

D] Come hai curato la tua formazione fotografica?

R] Ho letto tante riviste, e poi mi documentavo, soprattutto riguardo ad argomenti tecnici. In più, frequentavo mostre: un po’ come faccio adesso. Di recente ne ho visitate tante a Parigi. Sono rimasto sconfortato: la bellezza è messa da parte.

D] Sei autodidatta, quindi …

R] Sì, come fotografo e pittore. In passato, ho scambiato qualche opinione con dei colleghi, ma niente più. Del resto, sono sempre vissuto in un villaggio di pescatori, il che non mi permetteva frequentazioni particolari. Meglio così, comunque: sono riuscito a sviluppare il mio linguaggio personale partendo dall’intimo di me stesso.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] No, veramente: sono riuscito a fare quanto era nelle mie intenzioni. Forse ho invidiato qualcuno, come Yann Arthus-Bertrand e la sua terra Vista dal Cielo.

D] Ovviamente hai iniziato a fotografare con la pellicola, dico male?

R] Certamente, non potrebbe essere altrimenti, per ragioni anagrafiche.

D] Nutri qualche rimpianto per la fotografia analogica?

R] Sì, tanti. Quando in macchina si caricavano i rullini, emergevano i fotografi migliori. Dopo l’avvento del digitale, tutti fotografano; con addirittura la presunzione di poter frequentare un mondo autoriale. Il mio lavoro consisteva anche nell’attingere immagini dall’archivio, anche perché, negli anni ’70, al mondo vi erano due o trecento fotografi che condividevano il mio mestiere. Image Bank era orgogliosa del mio milione di scatti. Oggi è impossibile contare quanti si propongono sul mercato e la “torta” è diventata più piccola; in più i soldi della pubblicità confluiscono su internet o nelle TV, il che ha comportato la chiusura di molte riviste. Io, ai tempi, lavoravo dove, quando e con chi volevo: quasi fossi in vacanza. Venivo retribuito, permettendomi ciò che, da solo, avrei potuto ottenere solo essendo ricco.

D] C’è, tra le tue, un’ottica che usi preferenzialmente?

R] Dopo l’avvento del digitale, e per via dell’evoluzione ottica, ho puntato sulla versatilità; ecco che quindi monto spesso un 28-300 mm. Alle volte estremizzo l’inquadratura con un 14 mm fisso.

D] C’è, tra le tue, una fotografia preferita e che ami particolarmente?

R] Ce ne sono diverse. Posso parlarti della più famosa, scattata nel 1976 e pubblicata, sempre a doppia pagina, da quasi tutte le più importanti riviste del mondo. Nell’immagine, un capodoglio pare stia mangiando il mio collega subacqueo. Oggi non avrebbe avuto tanto successo, perché col computer si può manipolare qualsiasi cosa e non sarebbe stata considerata autentica. Per realizzarla, ho dovuto aspettare per tre mesi il momento giusto, all’isola di Madeira. Dopo parecchie inutili uscite in mare, siamo riusciti a immergerci con una ventina di capodogli in pieno oceano, con 4000 metri di fondo. Il risultato lo vedi: è stato emozionante.

D] Le tue donne vivono anche a pelo d’acqua o anche immerse a volte …

R] Sì, m’ispiravano, in più con le modelle s’istaurava una sorta di complicità: amavano farsi fotografare in un ambiente acquatico, soprattutto le professioniste di Sports Illustrated. E’ stato un piacere lavorare con loro. Del resto sapevano che una copertina di quel magazine avrebbe aumentato la loro fama.

D] Sin da giovane ti sei dedicato anche alla pittura, c’è un rapporto con la fotografia?

R] Di sicuro la pittura mi ha restituito la sensibilità cromatica, che poi è tornata utile alla fotografia, la quale, dal canto suo, proponeva il “taglio” al mio dipingere.

D] Tu hai girato il mondo, peraltro quello marittimo: dove torneresti?

R] In Polinesia, sempre: Folco Quilici definiva quelle zone come “l’ultimo paradiso”. Ricordo che a Bora Bora (Polinesia Francese) avevo finito i soldi, eppure sono rimasto là più di un anno, lavorando come subacqueo. Sono tornato in Polinesia quindici volte, esplorando isole nuove. Del resto, è una questione di gusti: quell’angolo di mondo piace oppure no. Là non si trova il mare più bello, ma la gente è straordinaria.

D] Potessi dedicarti da solo un augurio fotografico, cosa ti diresti?

R] Molto semplice: vorrei poter fare ciò che portavo avanti un tempo. Oggi non ho più quei clienti e forse sono fuori dal giro; però tutto oggi sarebbe più difficile. I progetti sono troppo costosi.



Buona fotografia a tutti

Paolo Curto

Paolo Curto istriano, fotografo professionista, ha cominciato con i reportages di carattere geografico ed etnografico in Nord America, Sud America, Asia, Africa, Oceania, Australia ed Europa. Dopo, ha fatto parte per parecchi anni del team cinematografico di Bruno Vailati per girare documentari sugli animali marini, fra i quali squali, balene e piovre. Si è immerso così nel Mediterraneo, Mar Rosso, Caribe, negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano, nonché al Polo Nord per riprendere sott’acqua gli orsi bianchi. Appartiene a questo periodo la sua foto più famosa e pubblicata in tutto il mondo: un enorme capodoglio che sembra sul punto di ghermire un operatore subacqueo.

È stato in seguito attratto dalla moda sportiva, effettuando per tre volte il famoso servizio annuale sui costumi da bagno della rivista Sports Illustrated. Ha realizzato inoltre cataloghi di coordinati-mare e pubblicità per Parah, Gottex, Faber, Catalina ecc. Nello stesso periodo ha collaborato nel settore beauty con diversi periodici. Si è anche occupato di foto architettoniche per gli hotels le agenzie immobiliari della Costa Smeralda. Nel contempo, ha lavorato nell’industria del turismo, curando l’immagine di importanti tour operators con cui ha effettuato campagne pubblicitarie e pubblicazioni (Alpitour, Turisanda, Hotelplan, Valtour , Francorosso, Club Med, Best Tour ecc.) e per i quali ha fotografato hotels e villaggi in Italia, Grecia, Indonesia, Egitto, Zanzibar, Kenya, Sri-Lanka, Maldive, Seychelles, Mauritius, Polinesia, Mexico, S.Domingo ecc.

Le sue fotografie sono apparse in molte fra le più prestigiose riviste internazionali, fra le quali National Geographic, Sports Illustrated, American Photographer, Play Boy, National Enquirer, Stern, Quick, Bunte Illustrierte, Paris Match, Photo, nonché nelle più importanti riviste italiane.

Parallelamente alla sua attività fotografica, ha sempre usato i pennelli (olio su tela) per studiare e rappresentare a modo suo il mare, recandosi anche a dipingere, sulle orme di Gauguin, in Polinesia.


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