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Gabriele Rigon

"In fotografia, non mi piace pensare al denaro, preferisco ascoltare la passione. Per quanto attiene al contenuto, invece, credo di essere un interprete a tutto tondo.“
GABRIELE RIGON
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

[LA FOTOGRAFIA, LA PASSIONE, IL SOGNO]

Lo incontriamo spesso, Gabriele Rigon, almeno dove la carovana della fotografia porti con sé contenuti degni di nota. Lui lì è presente, con assiduità; e come un vecchio amico appare all’improvviso, senza clamori: sempre attivo ed entusiasta. Di volta in volta, ci fa vedere i suoi ultimi lavori e noi ne rimaniamo meravigliati, quasi non possa essere possibile che lui, Gabriele, sia in grado di rinnovarsi. Sempre.

L’errore è il nostro, per carità; e non riguarda solo la valutazione degli scatti. Piuttosto dimentichiamo chi sia Rigon e cosa rappresenti per lui la fotografia. Da quando ha iniziato, nello studio del nonno paterno, la sua mente ha acceso un sogno, alimentato dalla passione. Siamo così costretti a renderci conto come per lui esista una vita parallela che diviene tra le idee, nella continua congettura dell’immagine che sarà. Incontrandolo, questo non traspare subito, e percepiamo unicamente l’amico, il compagno di ventura, quasi l’amatore della porta accanto. Sì perché per lui non esistono ambizioni o momenti d’orgoglio, bensì solo quelle visioni, allungate di tempo, che si mescolano nell’ossessione di dover fotografare, di volerlo fare. A pensarci bene, quell’amico abita sempre altrove; e sarebbe bello lasciarlo parlare, ascoltarlo a fondo, facendogli vincere quella timidezza innata che diventa anche umiltà. Ci verrebbe offerta la possibilità di visitare un giardino incantato, di fiori, luci, bellezza. Lì non è facile entrarvi, e nemmeno soggiornarvi a lungo. Occorrono passione e capacità di sognare. Non è da tutti.

D] Gabriele, quando hai iniziato a fotografare?

R] Sono nato in mezzo alla fotografia. Il nonno paterno aveva uno studio, a Gemona del Friuli, così da bambino giocherellavo con i rullini esausti, rifugiandomi spesso in Camera Oscura, a osservare il miracolo dell’immagine che appariva pian piano. Mio padre era appassionato e in casa giravano di continuo le riviste più importanti: Progresso Fotografico tra queste. Ho debuttato seriamente nel 1989, in Namibia. Ero là in missione ONU e mi sono trovato a scattare delle immagini di reportage con l’intento che qualcuno potesse vederle.

D] Era nata la passione?

R] Una grande passione.

D] E’ risultata importante?

R] Sì, e col tempo si è trasformata in ossessione. Vivo pensando allo scatto, guardo le cose attraverso una dimensione fotografica e cado in astinenza se non fotografo due o tre volte la settimana. Avedon diceva: “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale”. “E' come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”. La penso come lui.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Da autodidatta, come accadeva ai tempi. Ho iniziato a leggere riviste: prima tecniche, poi maggiormente dedicate all’immagine. Naturalmente ho frequentato mostre e comprato tanti libri. La cultura (importantissima nella nostra professione) la costruisci guardando i lavori dei fotografi importanti.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Certamente. Quando facevo reportage (primi anni ’90), Salgado rappresentava il mio riferimento. Avedon e Newton li conoscevo già. Nel ’95 mi avvicino al glamour e Marco Glaviano divenne la mia Musa. Ricordo che mi regalarono un suo libro: “Sirene”. Lì nacque la mia passione per la bellezza, coltivata anche nell’amicizia che mi legava a Giovanni Cozzi.

D] Hai dei riferimenti anche oggi?

R] Ad un certo punto un fotografo imbocca la sua strada. Io comunque continuo a osservare quanto mi accade attorno. Ho visto scattare Giovanni Gastel, ed è stato importante; come anche l’aver conosciuto Settimio Benedusi. Oggi concentro le mie attenzioni sui lavori di Peter Lindberg: immagini eleganti, subito arruolate dalla moda. Adoro il suo stile, la sua semplicità.

D] Ho sentito parlare di libri: ne possiedi molti?

R] Non potrebbe essere altrimenti: la passione per la fotografia si estrinseca anche lì. Sfoglio spesso Toscani, Newton, Herb Ritts, Guy Bourdin.

D] Hai iniziato con la pellicola, dico male?

R] Sì, anagraficamente non poteva accadere diversamente.

D] Qualche rimpianto per l’analogico?

R] Sì. Per i lavori commerciali, il digitale ha rappresentato una rivoluzione in positivo. Circa la bellezza, sono tornato alla pellicola, particolarmente al medio formato. Uso apparecchiature che un tempo non mi potevo permettere.

D] B/N o colore?

R] Sono per il B/N, sempre. Scatto a colori unicamente le committenze di lavoro. Mi trovo meglio a fotografare in scale di grigio. Lo trovo quasi più facile. E poi lì i colori li aggiungono la mente, l’idea di chi guarda. Il colore è assoluto.

D] C’è stato un momento, nella tua carriera, nel quale ti dei detto: “Da oggi sono fotografo”?

R] Non l’ho mai detto e non mi capiterà di farlo, neanche in futuro. Del resto, in nessuna occasione mi sono definito professionista, e non solo perché vivessi d’altro. In fotografia, non mi piace pensare al denaro, preferisco ascoltare la passione. Per quanto attiene al contenuto, invece, credo di essere un interprete a tutto tondo. Ho fatto reportage (quello vero) e poi fashion e glamour. Per finire, mi sono trovato a lavorare anche per la NASA.

D] Hai dimenticato il nudo …

R] E’ vero, mi sono dedicato anche a quello.

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] La domanda è difficile. Forse sono viziato dall’universo femminile, ma credo che le mie immagini siano pervase tutte da una sorta di sensualità.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] La fantasia, con anche la libertà di guardare oltre. Il fotografo deve essere in grado di mettere insieme una storia con pochi elementi. E’ sempre meglio togliere, arrivando all’essenziale. Non è facile, ma bisogna esserne capaci.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Ce ne sono tanti. No, anzi: forse solo tre o quattro. Rimangono latenti nella mia mente. Si tratta d’idee sulle quali s’inizia a pensare, aspettando il momento nel quale realizzarle. Nella vita (e in fotografia) occorre anche sognare.

D] Cambiamo argomento: c’è un’ottica che utilizzi preferenzialmente?

R] Sì, il 35 mm; che comunque ha rappresentato un punto d’arrivo. Da quando fotografo, ho posseduto tante lenti e numerosi corpi macchina. Alla fine, quasi per un lavoro di sintesi, mi sono reso conto come quel grandangolo possa rappresentare lo strumento ideale per comunicare col soggetto. Tutto è a portata d’occhio: ciò che è vicino e quanto risulta lontano. Basta un passo, avanti o indietro. Nel medio formato, prediligo l’ottica “normale”: l’80 mm per intenderci.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, faccio tutto io, anche se non riesco a stare più di dieci minuti su un’immagine. Non si tratta di pigrizia. Credo altresì che, qualora occorresse più tempo, vorrebbe dire che l’immagine è sbagliata. Del resto, intervengo su poche cose, aggiungendo un po’ di grana; e il motivo puoi intuirlo da solo: cerco l’effetto della pellicola.

D] Sei docente in numerosi workshop …

R] Mi piace tenerli, perché è un modo per mettermi in discussione.

D] Hai pubblicato anche dei libri …

R] Sì, cinque o sei. E’ bello farlo, a patto che vi sia una buona distribuzione. La soddisfazione è importante, come nelle mostre: mi piace esporre, purché ne valga la pena da un punto di vista emotivo.

D] La tua carriera inizia a essere lunga: com’è cambiata la fotografia?

R] Al di là della rivoluzione digitale e dell’arrivo degli smartphone (tutti fotografano: è bellissimo), credo sia calata la qualità, forse proprio per eccesso di produzione. Ormai vediamo migliaia d’immagini al giorno e, da guardanti, non siamo neanche in grado di apprezzare le migliori. Del resto, sino agli anni ’90 il fotografare comportava degli investimenti forti: in attrezzature e competenze; in più vi erano dei balzelli all’ingresso assolutamente selettivi. Oggi siamo un po’ tutti fotografi, anche perché non occorre nulla per qualificarci come tali. Sono venuti meno gli autori, quelli che rilasciano l’immagine indimenticabile.

D] Hai iniziato ad apprezzare la fotografia nello studio del nonno: ti capita mai d’indirizzare la memoria a quei tempi?

R] Ricordo spesso “quella gioventù”, soprattutto quando mi trovo a pensare alle fotografie stampate. Il mio pensiero fotografico è iniziato allora.

D] Cambio argomento. Tu ti occupi di bellezza, glamour, fashion al femminile. Che tipo di donna esce dalle tue immagini?

R] La mia è una ricerca estetica. Posso usufruire di modelle molto belle. A me piace il corpo, certamente; ma gli occhi rivestono un ruolo fondamentale. D] Per affrontare un soggetto femminile occorrono delle qualità particolari?

R] Credo di sì. Io sono timido e per questo sensibile. E’ importante anche come guardi le modelle e loro se ne accorgono. Faccio vedere come per me siano importanti luci e ombre, e questo genera intimità. Gastel mi ha detto: “Quando sei con una modella, tu devi sedurla; e lei deve fare la stessa cosa con te”. “Ma insieme dovrete ammaliare chi guarderà l’immagine”. D] Lo stile di Giovanni Gastel è cambiato nel tempo …

R] Noi fotografi abbiamo il dovere di cambiare, sperimentando anche. Sempre Giovanni mi suggeriva: “Ogni giorno devi spostare la tua fotografia un po’ più avanti, altrimenti tra tre anni sei finito”.

D] Tra e tue, c’è una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Sì, ce ne sono; anche se poi l’attaccamento non è così forte. De resto, io non voglio affezionarmi troppo alle immagini che produco, questo per andare avanti, al fine di evolvere. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che ricordo con piacere la prima fotografia glamour che ho scattato.

D] Potessi scegliere, che fotografia scatteresti domani?

R] Probabilmente una modella seduta, illuminata da luce naturale. Uno scatto alla Annie Leibovitz, per intenderci.

D] Potessi dedicarti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei continuare a sognare, come ho fatto finora.

D] E alla fotografia cosa auguriamo?

R] Di tornare un po’ alle origini. Le fotografie di Edward Weston le guardiamo da anni e rimangono meravigliose. Lo stesso vale per Avedon e Newton. Non so se alcune delle immagini scattate dal duemila in poi diventeranno storia.

*


Buona fotografia a tutti

Gabriele Rigon

Nato nel 1961, Gabriele Rigon è stato un pilota di elicotteri e un “Combat Camera” dell’Esercito. Ha cominciato a scattare fotografie durante le missioni militari di pace che l’hanno portato in molte delle zone calde del nostro pianeta, quali la Namibia, il Kurdistan, l’Albania, la Somalia, i Balcani, il Libano, l’Iraq e l’Afganistan.

Considerato un eclettico, spazia dal reportage di guerra al nudo femminile, dalla moda allo spazio, non a caso ha lavorato sei anni per conto dell’Agenzia Spaziale Europea al seguito dell’Astronauta italiano Paolo Nespoli. Lui stesso afferma che la fotografia è uno strumento straordinario, e racconta che solo la fotografia gli ha permesso di trovarsi, nell’arco di tempo inferiore a un mese, a Kabul per documentare la guerra, a Houston per raccontare l’addestramento degli astronauti, e a Milano durante la “Fashion Week” per raccontare il mondo della bellezza e dell’effimero.

Cultore della fotografia, affermatosi a livello nazionale e internazionale soprattutto per la sua interpretazione della bellezza femminile, è stato, ed è, docente in numerosi workshop, sia in Italia che all’estero. Ha inoltre tenuto molte “Lectio” di fotografia in diversi atenei, tra cui l’Università IUAV di Venezia e la Triennale di Milano. Negli ultimi quindici anni i suoi interessi fotografici si sono spostati alla moda, allo studio del corpo e della bellezza femminile.

Ha pubblicato sei libri fotografici, realizzando anche oltre sessanta copertine di libri. Ha esposto in decine di mostre fotografiche e le sue fotografie sono state pubblicate sulle riviste di tutto il mondo.

La sua attenzione si rivolge in particolare alla figura femminile, ispiratrice sia di forma, sia di erotismo. Gabriele considera il corpo femminile seducente e irresistibile, forse una delle espressioni più belle della natura.

Oggi dedica tutto il suo tempo alla fotografia, alternando progetti personali al lavoro nell’ambito della moda e dell’insegnamento della fotografia. Nel corso del 2017 ha esposto in tre mostre fotografiche, realizzando un altro libro, sempre dedicato alla bellezza femminile.


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