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Fabrizio Ferri

"Ho iniziato a fotografare quasi per caso: ero al liceo e un amico mi chiese di fare qualche scatto alla manifestazione del primo maggio. Ne feci uno e fu comprato da Paese Sera per 50 lire. Non mi sono più fermato".
FABRIZIO FERRI
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

La voce inconfondibile è quella dell’amico che ricompare, dopo un lungo viaggio. Fabrizio Ferri è anche questo: una vita da raccontare (e ammirare) al primo incontro possibile. Dalla sua Pantelleria ci parla di musica, del San Carlo di Napoli, dell’emozione nell’aver aperto, con la sua opera Anima, l’ultima stagione sinfonica del Teatro partenopeo. “Mi sentivo uno che lavorava con loro”, ci dice riferendosi ai musicisti, “Difficilmente mi attribuisco la paternità di qualcosa, forse solo per timidezza”. “Del resto”, ha continuato, “non ero emozionato per il fatto in sé, ma per via del progetto. Tengo ad allontanare sempre l’emotività, questo per produrre un buon lavoro”. Quando gli chiediamo lumi circa la fuga dalla “firma d’autore”, lui ci spiega: “L’ispirazione viene sempre da altrove. Io non conosco una nota, ma scrivo armonie per cento orchestrali. Guardo le mie mani sul pianoforte e compongo di getto. Scrivo il pezzo con l’aiuto di sistemi di scrittura, poi risuono e riascolto, iniziando a orchestrare”.

Fabrizio Ferri non ci ha mai stupito, e non lo ha fatto nemmeno questa volta. Certo, lo abbiamo ammirato, capito, forse anche invidiato; ma la meraviglia no, non l’ha mai accesa perché da lui ci siamo sempre aspettati tutto. La sua capacità e qualità sta nell’aggregare energie, trasformarle in progetto. Al San Carlo ha fo- tografato le maestranze, il coro, gli orchestrali, le voci bianche, i ragazzi della scuola; eppure ha portato anche una sua opera, Anima, appunto, strutturata in venti brani. Qualcosa a metà tra classico e pop, a cui hanno partecipato: Andrea Griminelli, uno dei più noti flaustiti del mondo; Chris Botti, il trombettista jazz; Gil Goldstein, orchestratore di Miles Davis; e persino Sting. Nel 1998 Ferri aveva diretto il cortometraggio Prélude con lui e Alessandra Ferri.

Fabrizio ci parla a lungo di Sting: È un fratello per me, vivo con lui un’amicizia di affinità. Quando sento quella nota, o vedo quella luce, provo qualcosa più grande di me, e questo ci accomuna. Se così non fosse, sarei la gabbia di me stesso”.

Fotografia e musica: perché?

La musica mi accompagnava prima della fotografia. Raccontavo con la chitarra, assieme al gruppo col quale suonavo in giro. La fotografia l’ho iniziata per fare un favore a un amico e guadagnare 50 lire. Prima di allora non avevo mai pensato di fare il fotografo, né era mai nata la passione. Mi piaceva scorgere visioni e condividerle, ma si tratta di un’altra cosa.

Nessuna passione agli inizi?

No, non la vivevo: com’era giusto che fosse. La passione deve intervenire come causa, mai come effetto. Basare tutto su una motivazione pregressa è frustrante: che fare se non ce l’hai? Un risultato appagante, quello sì, può farti nascere qualcosa che ti arde dentro.

Cos’è successo? Casualità, fortuna, altro?

Com’è andata?

Il primo maggio del ‘70 giravo per Roma con la macchina foto- grafica di mio zio. Dovevo scattare delle foto per un compagno che aveva una camera oscura e desiderava stampare. Sappi che i miei non possedevano alcun apparecchio fotografico, tant’è vero che i cassetti dei ricordi non conservano nemmeno un’immagine che riguardi la la mia infanzia. Ovviamente io non sapevo fotografare e chiesi a un professionista come si usasse quell’apparecchio che avevo tra le mani. Lui rispose con un gesto di stizza, poi mi guardò e disse: “questo numerino lo lasciamo lì, mentre questa ghiera erano i diaframmi - la ruoti verso i numeri più piccoli ogni ora.” Evidente mente si era affezionato perché ogni tanto dirigeva il suo sguardo verso di me.

Dove ti trovavi in quel momento? Di fronte a una scena che non dimenticherò mai. Luciano Lama parlava di fronte a cinquecentomila persone. Ad un certo punto mi dico: “Mamma mia!”. Ho scorto un uomo dagli occhi azzurri, con un bambino sulle spalle: probabilmente il figlio. Quest’ultimo, dalla stanchezza, poggiava il mento sulla testa dell’adulto; mentre una donna, anche lei provata, adagiava il volto sulla spalla di colui che doveva essere il padre. I tre visi guardavano in alto, con alle spalle tutta quella gente. La luce era diffusa. Scat- tai. Il mio amico stampò la foto e Paese Sera ce la chiese. Il giornale stava pubblicando degli articoli sulla famiglia italiana.

Un attimo magico, quindi...

In quella circostanza imparai una grande lezione: occorre scattare quando si prova un’emozione. Se si rispetta quanto si è visto e provato c’è la possibilità che chi guarda riesca a provare la me- desima sensazione. Chi paga una fotografia lo fa perché si è emozionato, come il fotografo, di fronte allo stesso soggetto. Insomma, con quel primo scat- to avevo colto la coralità del mio mestiere: prima della passione, prima di tutto, solo con un click.

A un certo punto, però, ti sei detto: “faccio il fotografo”. Dico male? La decisione è maturata tempo dopo. Il mio desiderio era diventare regista cinematografico. Tra l’altro avevo vissuto qualche esperienza come secondo assi- stente sui set dei film di Fellini e Visconti, scattando anche fotografie. Ebbi un problema mentre collaboravo con Scola. Stavamo girando al Celio e il regista non c’era. Il suo assistente stava sistemando le luci e la macchina da presa; nel mentre mi diceva: “tanto per lui non cambia niente”. “Ma come?”, domandai, “I registi non capiscono nulla di fotografia?”. Ne parlai con Scola, il quale confermò la tesi dell’assistente: “io prendo un aiuto regista, perché di fotografia non capisco niente”. Mi mandò anche a casa e io mi dissi: “non faccio niente se prima non arrivo a conoscere tutto su luci e obiettivi”. Da allora non mi sono mai fermato, senza scegliere però: come è accaduto fino ad oggi. Tant’è vero che faccio il musicista. Posso solo dire che la mia è stata vera libertà.

Ti manca solo di cimentarti nella scrittura...

L’ho fatto: ho scritto un romanzo. Pur senza recensioni è stato ristampato cinque volte.

Come hai curato la tua formazione di fotografo?

La mia risposta nasce dal senno di poi, perché all’inizio vivi quasi d’istinto. Se guardi una foto, spesso sei in grado di riconoscerne l’autore: Avedon, Penn o Newton che sia. Come mai accade questo? Perché un fotografo, quanto più è bravo, maggiormente fotografa se stesso: la sua visione è talmente forte che inizi a guardare con i suoi occhi. Fatta questa premessa, ogni autore dovrebbe costruirsi la propria teoria, per far sì che tutte le regole non diventino fattori di omologazione ma strumenti per la propria visione della realtà.

La tecnica quindi è un “gesto” per tirare fuori quello che si è visto ... Esatto e col digitale posso lavo- rare sulle luci, ma anche su altro, facendo poi coincidere il mio lavoro con quanto ho sentito.

Le nuove tecnologie hanno portato a un grande cambiamento...

Sì, ma nella logica delle cose. Quando è nata la fotografia, la pittura si è liberata; col digitale abbiamo avuto l’emancipazione dell’immagine. I problemi, comunque, sono altri: perché scattare fotografie è diventata una pratica universale, alla portata di molti. Una volta si diceva: “speriamo siano venute”. Oggi il tema non si pone. Il rischio però è quello di rimanere ingabbiati dai flussi di lavoro, o anche dalle presunzioni. Non c’è una vera fotografia rispetto a quella portata avanti col telefonino. Il vero fotografo deve continuare a costruire quel bagaglio tecnico che lo renda riconoscibile, che lo faccia diventare testimonianza.

Belloilconcettodellafotografia “emancipata” ...

È così. Una volta maneg- giavamo quattro elementi: luce, pellicola, tempo, focali;oggicisiamoemancipati da questi e possiamo gestire delle cose in più.

Con che occhi guardi questa nuova fotografia?

Quando guardo una bella foto mi riempio sempre di gioia, come nel sentire una bella canzone. Io sono permeabile e non pongo dei filtri all’ingresso. Il problema che oggi non siscatta più per trasferire emozioni, il che forse libera ulteriormente dalla disciplina. La fotografia, quella che conoscevamo tutti noi, sta morendo nella moda e nel reportage. E lo sta facendo insieme all’editoria, che l’ha sempre nutrita. Lo sbocco successivo può essere quello dell’arte, se riusciamo a far sì che avvenga un’emancipazione anche nei confronti del mondo editoriale.

Occorre però un allargamento delle visioni, forse anche una base progettuale più ampia da parte degli interpreti ...

Si, con dei tempi di maturazione diversi, forse anche allungati: soprattutto quando vi sono delle convergenze di culture e conoscenze. Prima abbiamo parlato di “Anima”, ebbene quel progetto partiva da lontano e vuole percorrere ancora tanto spazio. Anche fotograficamente mi sto attrezzando, cercando di includere quanto non so fare.

Non sarà il video lo sbocco di tutto e forse neanche le piattaforme tecnologiche recenti. Credo altresì nella partecipazione attiva di chi guarderà.

Torniamo alla fotografia di oggi: bianco e nero o colore?

Il bianco e nero per me è un linguaggio di poche parole. Per portarlo avanti devi avere le idee molto chiare.

Cos’è per te la fotografia? Fa rima con armonia?

Io dico che il fotografo scatta sempre la stessa immagine che riesce a migliorare sempre. Questo accade perché arriva a conoscere maggiormente se stesso, facendo esperienze e aumentando le proprie conoscenze. La fotografia “staminale” è comunque sempre quella e i reali cambiamenti avvengono al di fuori di essa. In realtà mettiamo dentro sempre più noi stessi, con un rispetto che ci è proprio e che permette alla realtà di permearci meglio.

Quale ottica preferisci utilizzare?

I miei occhi.

Se scattiamo sempre la stessa foto, solo dall’esterno possiamo prendere gli ingredienti per migliorarci... Vero. La crescita passa per la permeabilità nei confronti della realtà esteriore e dei suoi stimoli. Quando fotografai Alessandra, affrontai la sfida essendo preparato sul tema (Aria, ndr.). Per finire ti do una “dritta” per leggere le mie immagini: noterai che, nel guardarle, non pensi mai al taglio, all’inquadratura. È il contenuto a vincere.

E l’istante? Il momento dello scatto?

È sbagliato pensare di catturare l’attimo. Il fotografo lo crea.

Se potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

Vorrei continuare con “Anima”. Quel progetto è tutto me stesso: foto, video, musica, convergenze, amicizie.

Uno sguardo allargato?

Uno sguardo lontano. Dobbiamo imparare ad usare i muscoli delle nostre palpebre: non per guardare in basso, ma per traguardare “l’oltre”.

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Buona fotografia a tutti

Fabrizio Ferri

Fabrizio Ferri Nato a Roma il 3 ottobre del 1952 da una «famiglia di intellettuali comunisti di professione» (ha dichiarato). Oggi vive tra Milano, New York e Pantelleria, dove trascorre parte dell'estate (e dove ha conosciuto sua moglie, l'étoile Alessandra Ferri). Dal 1972 inizia la carriera di fotografo dapprima come reporter, osservatore del costume politico e dei problemi sociali. Ben presto, però, rivolge l'obbiettivo verso il mondo del fashion divenendo, in pochi anni, uno dei fotografi di moda più ricercati e collaborando con le più importanti riviste nazionali e internazionali. Nel 1983 fonda (e dirige) a Milano Industria Superstudio, centro polifunzionale con sale di posa e strutture di servizio che dal 1991 trova casa anche a NY (col nome di Industria Superstudio Overseas) e che dal 1999 si arricchisce di Industria Digital, divisione dedicata all'acquisizione e post-produzione digitale. Dal 1997 al 2000 lavora al progetto Ariadal quale nascono un libro, il primo fotografico realizzato interamente con tecniche di ripresa digitale (Federico Motta Editore) e un cortometraggio ideato con Alessandra Ferri. Amplia l'attività di direzione cinematografica con il cortometraggio Prélude, presentato al Festival di Venezia del 1998, sempre con Alessandra Ferri e la partecipazione straordinaria di Sting. In campo pubblicitario lavora a diverse campagne: da McDonald's a Bulgari, da Ferragamo, Peroni a Laura Biagiotti. Nel 1998 contribuisce alla nascita della Fondazione Industria Onlus che tra le varie attività annovera una scuola di formazione per giovani creativi con sede a Milano. Nel 2002 fonda Industria Musica, uno dei più aggiornati studi di pre e post-produzione audio digitale. Dal lavoro fotografico dedicato all'architettura razionalista nasce, nel 2004, Forma, una mostra e un libro (Idea Books) presentati presso l'Auditorium di Roma. Ha da poco partecipato al progetto di Marie Claire e Ai.Bi. Siamo tutti Stregoni, fotografando cinque (importanti) famiglie italiane per solidarietà ai bambini ripudiati del Congo.


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