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Giovanni Cozzi

La fotografia non rappresenta mai la verità, ma un’interpretazione della realtà, e questo vale per tutti, anche per Gianni Berengo Gardin o Henri Cartier Bresson”. Parola di Giovanni Cozzi che delle sue modelle spoglia prima l’anima che il corpo. ”
GIOVANNI COZZI
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Bisogna conoscerlo, Giovanni Cozzi. E forse addirittura più di altri fotografi. Non è solo una questione d’interpretazione del suo lavoro e nemmeno di lettura delle immagini che crea. Di lui è bello capire l’approccio, il percorso, la sintesi che porta all’approdo: da dove ripartire. E questo varrebbe per tutti quegli autori che hanno vissuto la fotografia come un pertugio stretto, prima che come un’opportunità percorribile. Ma la cerchia si restringe, sicuramente, ai pochi che partendo dal linguaggio canonico sono riusciti a costruire uno stile proprio riconoscibile.

Cozzi parte dalla passione, dalla camera oscura del padre, da una decisione giovanile che è di percorso e non di contenuto, almeno non da subito. sono i primi ambienti a restituirgli la fatica, l’affanno, i momenti di astenia. Con una passione, però, che rimane costante: perché la fotografia è bella in quanto varia. I primi posati gli restituiranno il giusto orientamento, magari assieme agli sguardi mai visti: quelli che aumentavano il battito della complicità.

Di pulsione in pulsione, ci ritroviamo il Cozzi d’oggi, colui che nel tempo ha cercato l’anima entrando dalla porta della bellezza. Il colpo al cuore che lui tende a restituire non è soltanto “animale”, ma parte dal pensiero, dalla consapevolezza di sé. Elementi che messi insieme, e richiamati dal soggetto, parlano di spinta, volo, coraggio. Ma non è la temerarietà, a essere invocata e nemmeno la sfrontatezza. Il contrario della paura non c’entra perché tra soggetto e autore deve spianarsi la strada alla complicità possibile, alla bellezza che è di dentro.

Giovani Cozzi è lì che si rivolge, richiamando l’epidermide solo quando serve: magari per avvicinare un dialogo sottile che vive del momento, per pochi fortunati. Lì nulla si prende e nemmeno si da, non si obbedisce e neanche s’impone. Non c’è accondiscendenza o falsa disponibilità solo la volontà pura di un’intesa possibile. Coraggiosa, appunto.

Quando hai iniziato a fotografare? e perché?

A sei, sette anni. Da ragazzino. Usavo una biottica cinese avuta in regalo da mio padre. Diciamo che la fotografia era già di casa e mi ha accompagnato fino all’età adulta, quando ho intrapreso gli studi di architettura.

Quando i momenti delle grandi decisioni?

Nel periodo accademico. studiavo e lavoravo. Un giorno ho trovato un rolex da donna, con la vendita del quale ho acquistato un paio di macchine. Il primo lavoro importante l’ho portato a termine proprio all’Università, con una mostra sull’arredo urbano. sta di fatto che mollai gli studi, per dedicarmi integralmente alla fotografia. Cominciai con i teatri, i concerti. scattavo e tornavo a casa di corsa per sviluppare e stampare. Producevo dei 18x24 e la mattina dopo correvo nelle redazione dei giornali per propormi. La prima immagine mi è stata comperata dall’Espresso, e riguardava l’estate romana.

Quando diventasti professionista? Circa a vent’anni. volevo fare il fotografo a roma, dove i giornali ti pagavano circa diecimila lire a foto. In città c’erano tante agenzie d’attualità ed io entrai alla reporter & Associati.

sta di fatto che gli altri vendevano e io no, così decisi di fare il “paparazzo”. Adriano Bortoloni mi introdusse al me- stiere, che d’improvviso si alzò di livello. se non altro per i personaggi che mi trovavo di fronte: erano i tempi di Pippo e Katia.

Uno scenario diverso da quello per il quale sei conosciuto...

Infatti a un certo punto mi sono accorto che non ce la face- vo. Con tutto il rispetto per gli operatori del fotogiornalismo - Massimo Sestini è un amico - capii che dovevo cambiare direzione. ripiegai sulla tv, iniziando a lavorare sui set rai con i primi posati e le donne dello spettacolo.

cominciano ad apparire i volti femminili...

È vero, ma la vita doveva riservarmi ancora un incontro importante, quello con vittorio Corona: allora direttore di Moda e King.

Il padre del “famigerato” Fabrizio?

Esattamente. A vittorio Corona piacquero due miei servizi, il primo dei quali riguardava Dalila Di Lazzaro. Decise di ingaggiarmi e da quel momento furono donne, attrici, celebrità di ogni ambito che mi accompagnarono fino all’epopea di Max.

Tu sei un interprete del mondo femminile, eppure alle donne sei arrivato tardi...

sì, con tutte le tappe di avvicinamento. È dal 1989 che mi sono specializzato.

Quella per la fotografia è stata passione?

Eccome! Lacerante, senza la quale non sarei riuscito a realizzare le mie ambizioni.

Quindi è stata importante...

La fotografia ha rappresentato tutta la mia vita. Il bello del mestiere è che soddisfa una passione con la quale riesci a vivere, ritraendo poi quello che ami. ogni giorno è diverso dall’altro, anche se ti dedichi alla cronaca, e la vita diventa varia, imprevedibile, affascinante.

come hai curato la tua formazione?

sono autodidatta. Posso citarti le tante riviste che leggevo: Fotografare, Photo, Zoom, Progresso Fotografico. Ai tempi mi nutrivo d’immagini, che trovavo dappertutto: anche sui libri di mio padre. rimasi colpito da Moscow, di William Klein. Un libro vero tutto in bianco e nero, di vita prima che nell’estetica. ricordo che la sua scoperta mi portò per stra- da alla ricerca di quei soggetti da consegnare alla camera oscura, dove un padre diligente era pronto a insegnarmi ogni cosa.

Hai avuto dei modelli ispiratori?

Certamente, e tanti. Dopo Klein sono arrivati altri grandi fotografi, quelli che ho scopiazzato, così, solo per partire. Mi sto riferendo a Helmut Newton, Guy Bourdin, Peter Lindbergh e ai nomi importanti del reportage e della moda.

Molte fonti d’ispirazione quindi?

sì, con Lindbergh in testa. Forse perché in lui vedevo la ricerca di un’anima. vedi, non ti ho citato Henry Cartier Bresson. Non perché non fosse importante - per carità - semplicemente per il fatto che lui non incarnava il ritratto, ambito verso il quale stavo per orientarmi.

Fotograficamente, come ti definiresti?

Mi definirei senza dubbio un ritrattista, perché è quanto rappresento alla fine con i miei scatti. E per di più un ri- trattista di tipo “emotivo” sempre alla ricerca dell’anima, dell’emozione. sono convinto che quando giri la pagina di una rivista e incontri un’immagine devi provare un vero colpo al cuore. È chiaro che anche per me sono arrivati anche i lavori “commerciali” ma questi, da soli, non mi hanno confinato all’etichetta di “tette e culi”. Un po’ di emozione traspariva sempre ed era negli occhi: nella palpitazione che ne scaturiva.

erotico è un termine che descrive le tue immagini?

L’erotismo fa parte del mio genere e non mi scandalizzo. Il sostantivo, comunque, non descrive un contenitore vuoto, bensì un ambito di comportamento. Io ho sempre lavorato sullo sguardo delle donne ed è lì che nasce tutto.

Mi parli di un terreno d’incontro? Di uno “spazio” comune, occupato da autore e soggetto?

Molto di più, forse... ma per spiegarmi vorrei raccontarti un episodio accaduto anni addietro.

Ai tempi lavoravo con una mia amica, campionessa di paracadutismo, con la quale mi dedicavo al nudo. Lei era venuta a casa mia con il fidanzato. Dopo una giornata di scatti, abbiamo cenato tutti insieme, con mia moglie. A un certo punto la coppia inizia a litigare. Il ragazzo accu- sava la modella di non averlo mai guardato come nelle mie fotografie.

Aveva colto la complicità che è nello sguardo: ecco l’erotismo.

che tipo di donna esce dalle tue immagini?

Nei miei lavori vive una donna forte, mai accondiscendente. Quanto esprime non è frutto di una richiesta e nemmeno nasconde un tornaconto. È sexy ma anche amara, spesso persino innocente. Alle volte non comprende la propria bellezza, in altre occasioni ne è consapevole. Il coraggio però risulta essere la sua spinta maggiore. Ecco, sì... Le mie donne sono belle, forti e coraggiose.

Dal ritratto all’erotismo, qual è la qualità fotografica più importante per muoversi in questi ambiti? Per raggiungere il mio risultato devi essere complice con chi ti sta davanti, dedicandogli tutta la sensibilità possibile. Hai poi l’obbligo di considerarti al suo servizio, fornendogli aiuto ed eliminando così remore e timori. Durante le sedute accade sempre un momento magico: la tua modella inizia a volare ed è lì che inizi a scattare.

Bianco e nero o colore?

Bianco e enero in assoluto. Perché il Bianco & Nero è il “colore” dell’anima.

Non sei comunque un fotografo unicamente monocromatico...

È vero, ma il mio colore è alla storaro, racchiude cioè una dominante. se vivessimo ancora in era analogica, sulla mia fotocamera monterei un rullino in bianco e nero. oggi il digitale ci è venuto incontro permettendoci di scegliere dopo cosa vogliamo ottenere.

come ti comportavi allora nel periodo dei rullini?

semplice, usavo due fotocamere: una per il bianco e nero, l’altra per il colore. La prima generalmente era una 35 mm, la seconda una medio formato. I corpi erano tutti motorizzati, il che mi permetteva di scattare in rapidità. tieni conto che non sono un fotografo da treppiede. Prediligo scattare a mano libera e con luce ambiente.

Niente studio, quindi?

Non ho preclusioni, la professione non me lo permetterebbe. Prediligo le location, ecco tutto. Il mio set ideale è una villa, con degli interni luminosi sfruttabile poi anche all’esterno. Lavoro molto sulla rotazione del sole, andando alla ricerca di una luce d’ombra. se mi trovo al mare e ho a disposizione una cabina, scatto utilizzando la sua ombra.

Hai iniziato con l’analogico?

ovviamente, per una questione anagrafica, ma il mio passaggio al digitale è stato meditato anche se sono stato uno tra i primi a sperimentare scansioni e fotoritocco. Molte volte mi sono trovato a insegnare ai laboratori come utilizzare le nuove tecnologie imaging. La pellicola ha fatto parte del mio lavoro fino al 2004 sia nel piccolo, sia nel medio formato. In quel momento il digitale aveva raggiunto una propria maturità qualitativa e operativa.

Qualche rimpianto per la chimica? A livello tecnico assolutamento no. Dopo trent’anni di ca- mera oscura non ho più voglia di tornare indietro. In epoca analogica, i risultati non erano mai completamente prevedibili. Col digitale le tue possibilità operative sono immense e puoi emulare anche la pellicola. Certo, rimane un po’ di nostalgia per l’apparecchio analogico con le sue leve e rotelline, ma anche lì ci stiamo arrivando grazie all’approccio vintage di molte fotocamere digitali. c’è una tua fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

sono molto legato a un periodo della mia carriera, mi riferisco ai tempi di Moda e King, di Playboy Germania dal ’91 al ’97. Dentro di me pulsava la giovinezza, ma coabitava anche una maturità consapevole. sono stati anni fantastici. se vuoi che t’indichi un’immagine precisa, dobbiamo indirizzarci ai giorni nostri. Amo molto l’home page del mio sito, perché racchiude quanto sto cercando oggi: una bellezza rinascimentale. Mi trovo a ondeggiare tra purezza ed erotismo, dove la mano destra non conosce cosa fa la sinistra. È una questione di equilibrio, non facile da raggiungere, verso il quale però desidero tendere, con la mia fotografia.

Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro che vorresti portare a termine? Diciamo che quest’ultimo periodo “rinascimentale” racchiude in se stesso i dettami del progetto. Non si tratta di emulare i grandi pittori del passato (per carità), ma di ten dere verso una bellezza vera, assoluta: con poco trucco e hair styling. sarebbe bello completare il tutto con un viaggio dentro la donna, attraverso culture ed etnie differenti. vorrei impegnarmi nello scouting, tralasciando il casting. La vera bellezza è unica perché uniche sono le persone.

Qual è la tua ottica preferita?

Il 50 mm f/1,4. Ha rappresentato un punto d’arrivo. Agli inizi utilizzavo altre lenti.

A che livello intervieni con il ritocco?

La mia storia nel ritocco è lunga e parte da lontano, perché ho passato ore al fianco dei grandi del settore. Prediligo intervenire personalmente ed essere delicato, ove possibile. Pulisco e illumino, utilizzando gli strumenti software come si faceva con le mani, in camera oscura. Chiariamo comunque un punto: la fotografia non rappresenta mai la verità, ma un’interpretazione della realtà. E questo vale per tutti, anche per Gianni Berengo Gardin o Henry Cartier Bresson.

Potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

È più facile ti dica “chi” ritrarrei domani. La risposta sarebbe facile: scarlett Johansson. Lei incarna una bellezza contraddittoria, con dei lati eccessivi - le labbra, ad esempio - ma con una forza che viene da dentro, dall’anima forse. Come location sceglierei una villa sul mare, partendo da un pranzo in veranda con tanto vino bianco ghiacciato.

Puoi farti un augurio da solo: cosa ti dici?

Bella domanda! vorrei una passione sempre presente, ai massimi livelli. si tratta di un augurio vero, per un mestiere che, alla lunga, arriva anche a spremerti.



Buona fotografia a tutti

Giovanni Cozzi

Giovanni Cozzi nacque a Roma il primo ottobre 1959 e fin dalla tenera età, si appassionò alla fotografia grazie all’entusiasmo trasmessogli dal padre. Incominciò come reporter e paparazzo verso gli anni ’80. Nel 1995 iniziò a collaborare con la catena internazionale di Playboy e successivamente con la testata Rizzoli Max, realizzando numerosi servizi, copertine e calendari: da Martina Stella ad Alena Seredova, da Cristiana Capotondi a Nina Moric, da Randi Ingerman a Giovanna Mezzogiorno. Di recente, nell’ultimo anno con alcune amiche e colleghe aveva fondato Loolitart, per lanciare artisti e fotografi emergenti. Appassionato di musica, ha ritratto anche Gianna Nannini e Asia Argento.

nacque a Roma il primo ottobre 1959 e fin dalla tenera età, si appassionò alla fotografia grazie all’entusiasmo trasmessogli dal padre. Incominciò come reporter e paparazzo verso gli anni ’80. Nel 1995 iniziò a collaborare con la catena internazionale di Playboy e successivamente con la testata Rizzoli Max, realizzando numerosi servizi, copertine e calendari: da Martina Stella ad Alena Seredova, da Cristiana Capotondi a Nina Moric, da Randi Ingerman a Giovanna Mezzogiorno. Di recente, nell’ultimo anno con alcune amiche e colleghe aveva fondato Loolitart, per lanciare artisti e fotografi emergenti. Appassionato di musica, ha ritratto anche Gianna Nannini e Asia Argento.


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