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Elliott Erwitt

Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo
Elliott Erwitt
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

Divertire, divertendosi. Interagire col soggetto. Quelle sopra sono le parole di Elliott Erwitt, che sottintendono il suo pensiero fotografico. È da lì che dobbiamo partire per imparare meglio: conoscere ciò che l’autore vuole dalla pratica della fotografia. E l’invito è chiaro, forse implicito: divertire, divertendosi. Non possiamo riuscire a cogliere l’umorismo di una scena se noi per primi non riusciamo a gioire per quello che stiamo facendo, essendo incapaci di interagire con la gente e con l’ambiente intorno a noi.

Tra l’altro, spesso le situazioni migliori sono quelle provocate; ed è un po’ quello che è accaduto nell’immagine che stiamo esaminando. La posa è voluta, per forza di cose; in più gli unici occhi presenti nell’immagine ci stanno guardando, con uno sguardo tra il dolce e il dimesso. Che il fotografo abbia chiamato il cagnolino? Probabile, perché Elliott era solito farlo, come spesso lui ci ha testimoniato.

Tecnica o contenuto?

La questione è spinosa e non è emersa solo ai giorni nostri. La fotografia, sin dalla sua nascita, si è sempre dibattuta tra forma e contenuto. Oggi, poi, si è aggiunta la componente tecnica, il che ha complicato ulteriormente le cose. E qui torniamo alle parole di Erwitt: “Chiunque può diventare un fotografo con l’acquisto di una macchina fotografica, così come chiunque può diventare uno scrittore con l’acquisto di una penna, ma essere un buon fotografo richiede più che la semplice perizia tecnica”. “Basta poco per capire se qualcuno è dotato di senso di stile, senso della composizione e una grande istintività”. “Tuttavia, tutte le tecniche del mondo non possono compensare l’impossibilità di notare le cose”.

Nella fotografia che vediamo, il contenuto vince su ogni cosa: grande, medio e piccolo si susseguono da sinistra a destra, portando l’attenzione sul cagnolino e il suo sguardo. Ovviamente la composizione aiuta, con la più semplice delle regole: le cose che si ripetono. Altra cosa da sottolineare è il punto di ripresa, basso quanto basta per trovarci all’altezza del soggetto che ci sta guardando: le zampe dell’alano risultano così gigantesche. Gli stivali diventano poi un elemento di demarcazione, quasi un divisorio; ponendosi come un’unità di misura tra ciò che si vede e quanto arriva alla nostra intuizione.

Possiamo trarre qualche insegnamento da quest’immagine? Di certo che forma (tecnica) e contenuto devono procedere di pari passo. Si deve partire comunque dalla sostanza, dall’idea da interpretare in immagine. La forma (compositiva) aiuta il guardante a comprendere, decodificando il linguaggio fotografico dell’autore. Certo è che la regola non deve in alcun modo sopravanzare il contenuto. Un’immagine deve essere buona, non solo bella. Prendiamoci il tempo

Erwitt più volte si è espresso nei termini della pazienza, invitandoci spesso a non avere fretta. “Alcune ottime cose nascono dall’ozio e dalla meditazione”. “La fotografia è il risultato di un ozio e di una meditazione intensi che finiscono con il produrre una bella immagine in bianco e nero, ben fissata e risciacquata in modo da non sbiadire troppo presto”. La fotografia che vediamo è frutto del tempo dedicato. L’istantanea carpita all’improvviso è un’illusione da cacciatori, ma nessun fotografo lo è. Ci piace pensare che Erwitt abbia “progettato” lo scatto da tempo, magari avendolo già visto; una volta di fronte a un soggetto disponibile, ha chiesto la posa, chiamando il cagnolino. L’insegnamento che riceviamo è enorme. Dobbiamo evitare lo stress dell’uscita. È molto meglio sederci in un punto interessante e aspettare: osservando, cercando di capire. Mettiamo in conto che potremmo tornare a casa senza nulla. Solo questa consapevolezza potrà farci apprezzare ciò che stiamo facendo, applicando quel “vedere fotografico” che dovrebbe far parte di noi ancor prima del possesso della fotocamera.

L’importanza dell’osservazione

Non vi sono dubbi: l’immagine proposta è frutto di una grande capacità d’osservazione, coltivata a lungo, specialmente con i cani come soggetto. Erwitt ci ha abituato a composizioni maggiormente complesse, variegate. Qui è la sintesi a vincere, e le cose che si ripetono.

Ci dice Elliott: “Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo”. “Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole”. “In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla”.

Molte spesso lo scatto migliore può nascondersi alla vista. A volte basta semplicemente cambiare punto di osservazione, perché tutto venga a modificarsi: migliorando. È preferibile non subire ciò che abbiamo davanti, cambiando punto d’osservazione. Lo scatto da semplice potrà diventare speciale. Se, nella foto che vediamo, la prospettiva non fosse stata frontale, non avrebbe prodotto un risultato così eclatante.

Per concludere

Una volta fu chiesto a Elliott Erwitt quale reputava la sua foto migliore. La sua risposta fu: “Spero che la mia miglior foto debba ancora scattarla”. Le parole racchiudono, al meglio, la sua umiltà, la sua voglia di migliorarsi e di continuare a guardarsi intorno. Dovremmo far così anche noi, cercando di far ridere, piangere e meravigliare.

“NEI MOMENTI PIÙ TRISTI E INVERNALI DELLA VITA, QUANDO UNA NUBE TI AVVOLGE DA SETTIMANE, IMPROVVISAMENTE LA VISIONE DI QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO PUÒ CAMBIARE L’ASPETTO DELLE COSE, IL TUO STATO D’ANIMO”
E. Erwitt



Buona fotografia a tutti

Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, il cui vero nome è Elio Romano Erwitz, nasce il 26 luglio del 1928 a Parigi da genitori ebrei di origine russa. Cresciuto in Italia per i primi dieci anni della sua vita, emigra negli Stati Uniti al seguito della sua famiglia nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni del fascismo. Tra il 1942 e il 1944 studia fotografia al Los Angeles City College, mentre sul finire degli anni Quaranta frequenta la New School for Social Research per studiare cinema. All'inizio del decennio successivo serve l'esercito americano come assistente fotografo in Europa, in particolare in Francia e in Germania. Influenzato, nella propria attività, dall'incontro con celebri fotografi quali Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, Elliott Erwitt viene assunto da quest'ultimo - che è direttore del dipartimento di fotografia della Farm Security Administration - per un progetto fotografico che coinvolge la Standard Oil.

In seguito a questo impiego comincia a lavorare come fotografo freelance, collaborando per aziende come KLM o Air France e per riviste di vario genere, da "Collier's" a "Holiday", da "Life" a "Look". Nel 1953 entra in Magnum Photos, agenzia di prestigio che gli garantisce una notevole visibilità e che gli consente di dedicarsi a progetti fotografici in ogni angolo del mondo. Tra le fotografie celebri di questo periodo si ricordano "New York City" (un chihuahua di fianco al piede di una donna), del 1953, "California Kiss" (il bacio di un ragazzo e una ragazza immortalato dallo specchietto retrovisore di una macchina), del 1955, e "Nikita Kruscev and Richard Nixon" (potente e significativa immagine ai tempi della Guerra Fredda), del 1959. A partire dal 1970 Elliott Erwitt si dedica alla carriera cinematografica: nel 1970 è operatore addetto alla camera di "Gimme Shelter" e realizza "Arthur Penn: the Director", cui fanno seguito nel 1971 "Beauty Knows No Pain" e nel 1973 "Red, White and Bluegrass".

Dopo avere pubblicato il suo primo libro, intitolato "Son of Bitch" e incentrato sui cani, nel 1977 vince il premio Glassmakers di Herat. Nel 1998 pubblica il suo secondo libro, "Dog Dogs", e altri due volumi giungono nel nuovo millennio: si tratta di "Woof", del 2005 (anno in cui è fotografo di scena per "Bob Dylan: No Direction Home"), e di "Elliot Erwitt's Dogs", del 2008. Dopo essere stato premiato con il Royal Photographic Society's Centenary Medal and Honorary Fellowship a riconoscimento del suo significativo contributo all'arte della fotografia, nel 2009 Elliott Erwitt è fotografo aggiunto di "Get Out Yer Ya Ya". Due anni più tardi al DocNYC Festival viene organizzato un evento speciale, denominato "An Evening with Elliott Erwitt", in occasione del quale viene proiettata una collezione dei suoi film.

Nello stesso festival viene mostrato anche "Elliott Erwitt: I Bark at Dogs", un film documentario girato da Douglas Sloan in cui Elliott interpreta sé stesso. Sempre nel 2011 l'artista ebreo viene premiato con l'Infinity Award dell'International Center for Photography. Le sue foto sono state esposte in mostre dedicate, presso i più prestigiosi musei del mondo fra cui il MoMA di New York, il Barbican a Londra, il Palais de Tokyo di Parigi.

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